di Vera Gheno
Il Domani, 20 aprile 2026
Il linguaggio e le metafore belliche hanno un ruolo nell’abituarci (lentamente) alle atrocità. Ad analizzare questo meccanismo si è dedicato Federico Faloppa in “Disarmare il discorso”. Esiste un verbo inglese, to weaponize, che viene sovente tradotto come armare; più sottilmente, in determinati contesti, significa piuttosto trasformare in arma, rendere arma, usare come arma. Tutto può venire weaponized, ma in particolare accade frequentemente che a essere trasformate in armi, a essere militarizzate, siano le parole. Poiché gli strumenti della lingua sono potenti, da sempre c’è chi decide scientemente di usarli in maniera belligerante; quando questo accade, esiste di fatto un’unica contromisura: quella di diventarne consapevoli e di rigettare, quindi, determinati usi della parola.
Da diversi anni, si parla del fatto che il debunking, cioè la rettifica a posteriori delle informazioni false o distorte, non è sufficiente per contrastare il fenomeno dell’infodemia, l’epidemia dell’informazione, e che bisogna piuttosto agire sul prebunking, cioè sulla creazione di una consapevolezza capillarmente diffusa delle manipolazioni delle notizie; lo stesso si dovrebbe fare nei confronti delle distorsioni linguistiche: creare anticorpi alla sfrontatezza con cui le parole vengono trasformate in armi allo scopo favorire alcune narrazioni rispetto ad altre, per trarre in inganno, per spostare la nostra finestra di Overton abituandoci, lentamente ma progressivamente, a qualsiasi atrocità.
Il linguista Federico Faloppa dedica a questo argomento il suo libro più recente, Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio (2026, effequ). Faloppa insegna da qualche decennio all’università di Reading, nel Regno Unito, ed è una delle voci più competenti - e al contempo più puramente militanti - del panorama internazionale della linguistica. Tra i corsi che tiene abitualmente, uno è dedicato al tema del “Language and power”, cioè delle relazioni estremamente importanti, ma spesso sottaciute, tra potere (politico, sociale, culturale, economico) e, per l’appunto, possibilità di agire tramite la lingua.
Ed è in nome di questa visione della lingua come strumento di oppressione da una parte, ma come possibile mezzo di emancipazione dall’altra, che Faloppa porta avanti il suo lavoro: una volontà che chiamerei gramsciana di condivisione del sapere per scopi pratici, per il miglioramento della vita personale e collettiva. Cosa racconta il divieto di “schwa”. Ma all’italiano fa più male il burocratese Un doloroso filo rosso In Disarmare il discorso, l’autore ci pone di fronte a fatti linguistici che molte persone, forse, hanno a lungo ignorato, e magari avrebbero pure avuto piacere di continuare a ignorare, riuscendo a tirare un doloroso filo rosso che va dalle metafore belliche usate nel campo della malattia alla lingua del Terzo Reich come descritta da Klemperer, dal doppio standard impiegato per Israele e Palestina (tra “uccisi” e “morti”) alla Neolingua di Orwell (e all’idea che a meno parole possano corrispondere meno pensieri); ancora, dai nomi fuorvianti delle operazioni militari (“Enduring Freedom” o “Restore Hope”) all’abitudine di creare delle categorie di nemici “altri da noi”, ossia di alterizzare (si pensi solo all’influenza “spagnola”, ma anche all’impiego reiterato di una logica binaria che distingue tra “noi” e “loro”, come fa abitualmente, tra i tanti, Donald Trump), dalla terrificante manipolazione del vocabolario compiuta dal governo di Putin, che trasforma la definizione di “autoritarismo” in “la forma di governo più efficace nei periodi difficili per un paese” alla risemantizzazione della guerra in peacekeeping, in modo da renderla non solo più accettabile, ma anche “giusta”.
Dissenso e consenso: ciò che si nomina si vede meglio La responsabilità Vedere messe di fila, con estrema lucidità e ricchezza di riferimenti bibliografici, tutte queste “parole armate”, fa impressione: il meticoloso lavoro di Faloppa ci rende dolorosamente consapevoli dell’enorme quantità di narrazioni distorte alle quali ogni persona si ritrova esposta, giorno dopo giorno, finché non diventa praticamente impossibile resistervi. Eppure, una possibilità c’è, ed è quella di coltivare un’idea di lingua diversa.
In una società tutta sbilanciata sulla performatività del singolo individuo, nella quale si fa di tutto per far dimenticare alle persone l’importanza della dimensione collettiva dell’esistenza, del fare “parte di un tutto”, l’autore ci richiama invece a una responsabilità: quella di sottrarsi alla passiva accettazione di qualsiasi bruttura linguistica ci venga data in pasto e di coltivare, piuttosto, un’idea assai concreta di pace. Una pace che passi anche, o forse prima di tutto, dalle parole, rendendo loro la dignità che si meritano, e che troppo spesso viene loro spesso sottratta senza scrupoli. Soldata, professoressa, studente: guida definitiva ai sostantivi femminili.











