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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 21 luglio 2026

È sempre più acceso il dibattito, pubblico e politico, sul caso di Mario Roggero, 72 anni, il gioielliere di Gallo di Grinzane (Cuneo) condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso, nel dicembre 2023, due ladri dopo l’assalto nel suo negozio. La Lega ha presentato un disegno di legge per allargare le maglie della legittima difesa: prevede la non punibilità di chi reagisce a un’aggressione armata in casa o nella propria attività, anche oltre gli attuali limiti di proporzionalità previsti dalla legge. Matteo Salvini continua a sostenere la scarcerazione del gioielliere, detenuto a Bollate Milano: gli ha fatto visita due volte in tre giorni, tanto che ai microfoni di Uno, nessuno, 100 Milan il suo avvocato ha sottolineato l’irritualità di un politico che fa visita a un carcerato con maggior frequenza del suo difensore.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di una possibile sproporzione della pena, richiamando anche il tema della grazia. Intorno alle contraddizioni del dibattito da un punto di vista culturale e ai pericoli che può generare abbiamo dialogato con Luigi Pagano, già direttore di molti istituti penitenziari, oggi Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della città di Milano.

Pagano, da un punto di vista culturale, che contraddizioni mette in luce questo dibattito?

Intorno al caso Roggero il dialogo che si è venuto a creare è surreale. Ragionando da studioso di giurisprudenza, anche la formulazione di un’eventuale nuova esimente sarebbe difficilissima, si rientra sempre in un alveo in cui decide, e giustamente, il giudice. A meno che non si dica che nel raggio di x metri dalla propria attività o abitazione si possa fare ciò che si vuole. Se si torna al canone giuridico è evidente che bisogna fare un discorso di fattispecie astratte, deve capitare un caso su cui decide il magistrato, come ha fatto qui. In questa vicenda ha deciso su una norma che, peraltro, è stata formulata a suo tempo da Rocco durante il Governo fascista, poi è stata cambiata poco tempo fa. Il Codice penale non lo cambi giorno per giorno. Al di là della norma specifica, rincorrere un fatto che succede è un’inversione della logica giuridica che lavora per fattispecie astratte che poi si applicano al caso concreto. Qua mi sembra che stia accadendo tutto il contrario.

Ci spieghi meglio...

Se sul caso concreto si fa una norma, la legge sembra il giornale che rincorre la notizia. Ma la legge dovrebbe avere fondatezza, ragionamento.

Che pericoli può generare tutto quello che si sta creando intorno a questa vicenda?

In questo punto specifico, la legittima difesa sconfina in tutt’altro campo. Un discorso è applicare tutte le attenuanti possibili e immaginabili, che la magistratura nel caso specifico ha già applicato, un’altra cosa è scagionare per legittima difesa. Il rischio è il “far west”, il “liberi tutti”, il facciamo quello che vogliamo fare. Sfuggono proprio i confini della norma e anche quello che deve essere il giudizio della magistratura. Il rischio è la perdita dell’essenza del diritto: quando non ci sono più i confini del diritto, la società perde i suoi stessi limiti. Il pericolo è quello della relatività del diritto e che il cittadino finisca per percepirlo tale perché viene un po’ “sbandato” da tutti questi discorsi: ognuno dice la sua, c’è la speranza della grazia, e altro ancora. Diventa una lettura molto elementare di quello che è il tessuto civile e il tessuto politico, il cittadino l’avverte e resta spaesato. Un altro rischio è che nascano situazioni che sono forse un po’ più organizzate, però un po’ meno liberali.

Con il caso Roggero c’è l’ennesimo tentativo di spostare l’attenzione, in nome della sicurezza...

Non da cultore del diritto, ma da cittadino, temo che il fatto che ci siano le elezioni tra un anno intorbidi l’aria. La sicurezza è un diritto di tutti, però ripeto, se si continuano a fare decreti inseguendo la realtà (oggi il decreto Caivano, domani la norma anti-maranza) significa che manca una visione di insieme culturale, profonda, strutturale. Alla fine, risultano inefficaci anche quelle disposizioni che vogliono avere lo scopo intimidatorio. Non è che aumentando le pene o trattando le persone detenute nella maniera peggiore, si possa diminuire la criminalità. Lo si fa con un discorso diverso, migliorando le condizioni sociale. Bisogna ricordarsi dell’articolo 3 della Costituzione, non soltanto dell’articolo 27.

Il vicepresidente del Consiglio dei ministri Matteo Salvini, lo scorso weekend, è andato due giorni di seguito a trovare Mario Roggero nel carcere di Bollate. Solitamente Salvini, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e altri ministri di questo Governo non sono così avvezzi a frequentare le carceri italiane…

Non mi scandalizzo che si vada a visitare un detenuto, mi scandalizzo perché non si può invocare l’umanità soltanto in un caso specifico, quando sono anni che gli istituti di pena languono in uno stato che già nel 2013 Strasburgo ci contestò essere “inumano e degradante”. Non usando mezzi termini, il Comitato contro la tortura di Strasburgo disse addirittura che era “una tortura di Stato”. Per le carceri italiane non si è fatto nulla, si è rimandato sempre il problema dimenticando, al di là di quello che afferma l’articolo 27 della Costituzione, che i detenuti imputati sono quelli che la legge considera presunti innocenti e che vivono in una situazione spesso inumana e degradante. Anche i condannati possono essere stati condannati innocentemente. Ma il richiamo della Costituzione è prima pratico e poi giuridico, nel momento in cui si sottrae la libertà ad un uomo (che è il massimo del bene che un uomo possa avere) poi si ha il dovere (non il diritto) di trattarlo come l’umanità vuole, puntando al reinserimento sociale. Fa un po’ male vedere una frequentazione non abituale delle istituzioni negli istituti di pena. Si sta dimenticando ciò che non è stato fatto per anni nelle carceri, si stanno dimenticando i suicidi dei detenuti e le condizioni di vita negli istituti penitenziari italiani.