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di Francesco Merlo

La Repubblica, 13 marzo 2022

Da San Giovanni a Firenze la sinistra si lacera. Piazza contro piazza, “cara Nato” contro “cara Mosca”, la Bad Godesberg di Enrico Letta e del suo Pd contro la Cgil e l’Anpi ridotte a campo profughi dell’ideologia. Ieri era partigiana la piazza di Firenze e la settimana scorsa era neutrale quella di Roma. Duecento piazze d’Europa si sono connesse con Zelensky a Santa Croce, in inglese, che è la lingua della democrazia, platealmente all’opposto degli irriducibili che a San Giovanni, sette giorni prima, parlando la lingua morta dell’antiamericanismo, avevano manifestato per disarmare Zelensky.

E nei suoni consonantici con cui le lingue slave arrivano a noi italiani che pochissimo le pratichiamo, nell’implosione fonica c’è la Z di Zelensky aggredita dalla Z dei carri armati di Putin, la Z di Zivago contra la Z che gli invasori disegnano sui loro cingolati e che, al di là delle loro intenzioni, è la Z di Zar ed è la Z di Zek che vuol dire “prigioniero” ma prigioniero del Gulag.

C’era dunque la resistenza al terrore nella a piazza a Firenze, c’era il Pd di Letta con i suoi sindaci guidati dal padrone di casa, Dario Nardella. Ed è stato molto meglio di un congresso, delle primarie e di qualsivoglia convention o dibattito, si chiami Agorà o si chiami Leopolda. La piazza di Firenze ieri è stata, appunto, il prologo della Bad Godesberg, della scelta definitivamente occidentale che la sinistra italiana insegue da cinquant’anni, dai tempi dell’Eurocomunismo (1976) di Berlinguer, Marchais e Carrillo: 46 anni di mal di testa, dal “neurocomunismo” alla commozione, ieri pomeriggio, di Enrico Letta per Zelensky e con Zelensky, che ha chiesto giustizia e non pietà per i primi 79 bambini ucraini uccisi dai russi, non la carità ma la solidarietà dell’Europa all’Europa, un conforto non tra amici ma tra alleati, un prendersi per mano tra popoli minacciati della stessa guerra. E ieri, forse per la prima volta, l’Europa è diventata davvero una bandiera di piazza, forse perché per la prima volta è la bandiera di una patria a rischio, come il giallo e il blu dell’altra bandiera della piazza di Firenze, quella dell’Ucraina.

Eppure, nonostante la chiarezza e il vigore di Enrico Letta non suona ancora definitivo l’addio del Pd alla funesta ideologia del “K”, che non è solo il famoso “fattore K” che fu evocato da Alberto Ronchey e torna come un destino, visto che nella grande Russia di Putin c’è la stessa violenza del Kommunizm russo che finanziava il Pci e c’è di nuovo il terrore del Kgb. E forse questo K sopravvive nella sinistra italiana proprio perché nel nostro alfabeto non c’è. La K insomma esprime bene l’idea, che spiega il filoputinismo più o meno esplicito o più o meno timorato di alcuni intellettuali, che la storia nazionale venga ancora decisa altrove, la K dell’Amerikano, il film di Costa Gavras con Yves Montand nel ruolo dell’agente della Cia in Sudamerica.

Certo, le bombe russe contro l’ospedale e quel numero 79, sul quale Zelensky ha tanto insistito, hanno un po’ messo in crisi i Né Né, e non consentono con facilità quella scelta neutrale dalla quale ieri si è dissociato lo stesso Maurizio Landini, che era in piazza anche a Firenze perché “non è vero che siamo equidistanti” , e però insiste sul disarmo dell’Ucraina. Ma non c’è da farsi illusione: la fortezza antioccidentale dei Né Né è fondata sul rimpianto dei vecchi tempi andati, sangue e codici dell’antiamericanismo d’antan, la gloriosa Cgil ridotta a una Stalingrado del “come eravamo di sinistra”. Solo così si spiega che la Brigata Wagner, i mercenari scelti che Putin ha inviato a dare la caccia a Zelensky, piaccia in Italia, oltre che alle solite macchiette sopravvissute al vaffa, anche a quel gruppetto di professori, tra i quali spiccano le illustri eccellenze Luciano Canfora e Carlo Rovelli, nostalgici della Brigata Proust, che danno la caccia al tempo perduto della loro giovinezza rivoluzionaria, rivogliono la Cia, la Nato e yankee go home ma alla fine si accontentano di Putin, che sempre grande Russia è. Ma forse, in questo terribile tempo di guerra, con la piazza contro la piazza è davvero cominciata l’ultima battaglia della sinistra italiana contro i suoi fantasmi.