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di Francesco Petrelli*

La Stampa, 22 agosto 2024

Della realtà occorre prendere atto e trarne le necessarie e ragionevoli conclusioni. Non farlo è un grave errore politico. Salvo che non si voglia percorrere la via del “negazionismo”, negando radicalmente l’esistenza di una emergenza carceri, o ponendo questioni sui limiti della delega, come ha fatto il sottosegretario Delmastro, al quale i detenuti non competono, oppure affermando, come ha fatto il ministro Nordio, che “da noi i detenuti rispettano limiti Ue”. La realtà è un’altra. Sappiamo bene che nel nostro Paese ci sono scompensi clamorosi: 14 mila detenuti in più rispetto alla capienza ordinaria e 18 mila gli agenti di Polizia penitenziaria in meno. Se anche si dovessero immettere risorse imponenti al fine di portare in efficienza i Tribunali di Sorveglianza, le strutture trattamentali interne ed esterne agli istituti, occorrerebbe almeno un decennio per restituire efficacia e congruità costituzionale (affettività compresa) all’universo carcerario del Paese. Quanto all’edilizia carceraria, anche ad essere ottimisti e credere nelle virtù salvifiche dei nuovi Commissari, dovremmo immaginare esiti utradecennali, a fronte della necessità e l’urgenza di dismettere o di ristrutturare un gran numero di carceri (si pensi a Sollicciano), ritenute oramai impraticabili.

Il buon senso dovrebbe indurre a riconoscere, fuori da ogni condizionamento ideologico, che ogni intervento deve essere valutato non solo in base ai suoi possibili effetti positivi o negativi, ma anche per la sua capacità di sviluppare tali effetti nell’immediato o in un futuro più o meno lontano. Sarebbe stato sufficiente riconoscere, in tal senso, che (al netto di interventi non condivisibili) il decreto carceri si poneva esclusivamente in quest’ultima prospettiva, al di fuori di ogni pretesa risoluzione dell’emergenza. Ma una simile ammissione implica inevitabilmente anche la necessità di riconoscere la grave insufficienza delle risorse attuali rispetto ai bisogni della accresciuta popolazione carceraria. Si stenta ancora, tuttavia, ad operare un simile riconoscimento e ad ammettere di conseguenza la inevitabile necessità di alleggerire con urgenza la pressione del sovraffollamento. E che al di là dell’odioso termine “svuota-carceri” - che offende innanzitutto la dignità della persona detenuta, come fosse materiale di risulta - un meccanismo automatico e rapido di deflazione deve essere assolutamente individuato.

Anche i cosiddetti “domicili protetti” di cui ha parlato ultimamente il ministro Nordio, ai quali destinare i detenuti con pene brevi che non hanno la disponibilità di un domicilio adeguato o non ne hanno affatto, si ammette che di tali strutture non ve ne è traccia alcuna e che si dovrebbe ancora provvedere a “fare dei bandi per trovarle”. Ma anche in questo caso si è ribadito che - per carità - il governo non si assumerà la diretta responsabilità di automatismi attuativi di simili eventuali misure deflattive, in quanto saranno sempre “i giudici che devono decidere”. Se il vaglio giurisdizionale sarà inevitabile, la questione non è quella di “sostituirsi a loro”, come dice il ministro, ma di adottare un meccanismo di agile e immediata e automatica applicazione che lasci al giudice uno spazio minimo di discrezionalità, così come è previsto per la liberazione anticipata speciale.

Ma in questo futuro ipotetico, collocato nel crepuscolo dell’improbabilità, anche la proposta della “detenzione domiciliare” da applicare ai detenuti con fine pena breve sembra immersa nella più grande confusione sia teorica che operativa. Una legge dello Stato già prevede infatti che i condannati con pene residue inferiori ai 18 mesi, salvo le consuete limitazioni relative al titolo di reato, possono essere sottoposti al regime della “detenzione domiciliare”, ed analoga misura è prevista dal nostro ordinamento penitenziario per le pene residue inferiori a 24 mesi. Si tratta di un regime di sostanziale “autodetenzione” di cui fruire presso il domicilio indicato dal condannato, una volta verificatane la idoneità. Che cosa di diverso sono i “domicili protetti” di cui parla il ministro Nordio? Strutture carcerarie a custodia attenuata? Luoghi chiusi controllati da personale di Polizia? Una nuova misura, dunque, non prevista dal nostro ordinamento e certamente peggiorativa rispetto al presente, sotto il profilo delle modalità del controllo. Da cosa nasce questa claustrofilia? Questa ostinazione securitaria che induce a puntare verso soluzioni impraticabili nell’immediato, tradendo ogni buon senso ed ogni senso del reale?

Siamo anche in questo caso totalmente al di fuori da ogni accettabile concretezza dei rimedi rispetto ad una situazione la cui drammatica realtà non può essere negata. Le misure prospettate, peraltro, non offrono alcuna base numerica o statistica sulla quali confrontarsi. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il Ministero forniscano alla discussione politica tutti i dati che sono in loro possesso al fine di consentire un approccio serio ed orientato in senso empirico sulla agibilità degli strumenti possibili e di quelli proposti. È quanto esige la gravità del contesto che non può essere in alcun modo sottovalutata.

Una situazione ingravescente, come testimoniano le “rivolte”, come quella barese o quella romana nel carcere di Regina Coeli, che appaiono più segnali di disperazione che di rivolta. Ma si tratta di sintomi altrettanto pericolosi che devono essere rapidamente eliminati proprio perché esprimono quella identica mancanza di prospettive di vita e di speranza.

È infatti una medesima pulsione disperata quella che può spingere la violenza a rivolgersi in senso distruttivo verso se stessi, con il suicidio, o verso l’esterno. Si sarebbero dovuti ripiegare da tempo gli slogan, e si sarebbe dovuto provare a ragionare di queste complessità, e dell’urgenze che pone la realtà, ma non pare che sia questa la strada che si è inteso sino ad ora seguire, non comprendendo che si sta perdendo una ulteriore occasione di progresso, perché una seria riforma del carcere, ampia e condivisa, costituisce una opportunità di evoluzione per l’intera collettività.

*Presidente dell’Unione camere penali