di Luca Bottura
La Stampa, 10 novembre 2024
Tra chi minimizza la portata degli scontri di Amsterdam, quelli che Netanyahu ha definito un Pogrom, qualcuno li derubrica a una “questione tra ultras”. Ma c’è un problema: è vero. E ce n’è un altro: constatarlo, non significa minimizzare. Perché gli ultras, nello specifico, non erano lì a menarsi. Spiego. In rete girano diversi video dell’accaduto. Alcuni documentano le provocazioni dei tifosi israeliani, i cori a favore della strage di bambini, le bandiere palestinesi strappate. Altri, la caccia all’uomo che ne è seguita, di cui non possiamo identificare con certezza un rapporto causa-effetto. Gli ebrei sono sempre stati un nemico comodissimo, non è dato sapere se la gazzarra innescata dal pallone figliasse dalla cronaca di Israele o dalla Storia, infinita, dell’antisemitismo.
Ma c’è una clip che sostiene il ragionamento, spero non troppo contorto, in cui vorrei essere seguito. La partita è appena finita, gli incidenti sono di là da venire, un ragazzo olandese, sostenitore dell’Ajax, sta commentando la gara a favore di telecamera. Interno stadio, la gente sfolla. Il tifoso, calmissimo, spiega che nel primo tempo il match è andato così, nel secondo cosà… un signore di mezza età, lo sguardo spiritato, ottunde la camera con la sua sciarpa del Maccabi. Il ragazzo lo guarda abbastanza sbigottito e prosegue a parlare di pallone. Il tizio lo ammonisce: “Niente politica qui! Non si parla di politica!”. Il ragazzo si giustifica, senza perdere il controllo: “Sto parlando di calcio”. Quello continua, sempre più aggressivo. All’improvviso, il tifoso dell’Ajax comincia a scandire: “Free, free Palestine!”. Più volte. Arriva la moglie del tifoso israeliano, entrambi lo insultano sempre a sincrono. Sono in tre, sembrano due curve.
Domanda: quel ragazzo è un ultrà? No, lo è diventato in risposta. I due signori che l’hanno aggredito sono ultrà? No, e per fortuna: la curva del Maccabi è, non da oggi, un ricettacolo dell’estrema destra, ma la coppia non ha l’età né le physique du rôle per appendersi alle ringhiere di uno stadio. Partirebbe almeno un femore. Le dinamiche che si ritrovano a rappresentare, però, derivano da un problema infinitamente più grave: gli ultrà sono quelli che li hanno spediti fin lì a scontrarsi. Coloro hanno trasformato definitivamente la democrazia occidentale nella caccia al consenso, alla propria sopravvivenza politica, col risultato che la pancia della gente, prima o poi, conclude il lavoro di digestione ed emette residui organici.
Che la democrazia illiberale avanzi ad ampie falcate è un dato di fatto. In Italia ne abbiamo creato la versione light, ai tempi di Berlusconi, che trasformò la base democristiana del Paese - conservatrice nel senso vero del termine, mentre oggi i conservatori vogliono restaurare ciò che non è mai esistito, meglio se coi manganelli - in uno spalto privo di senso della realtà. Sovrapponendo, per dirne una, Berlinguer a Stalin.
Tra le varie analisi (tutte corrette) sul trionfo di Trump, ce n’è una che ci riporta tutti in curva. Nella mia preistorica esperienza di cronista sportivo, capitò di dialogare con ultrà anche parecchio intelligenti. Ma quando si parlava di botte, la risposta era invariabile: “Abbiamo reagito”. Mai e poi mai avevano cominciato per primi. C’erano sempre un torto da vendicare, un onore da difendere, un conto da pareggiare. Eravamo partiti dallo sport come simulacro della guerra, siamo arrivati alla guerra che diventa simulacro del vittimismo sportivo. Che paga, eccome, soprattutto in termini di propaganda elettorale.
Quanto avvenuto negli Usa vanta una sola e principale differenza rispetto alle avanzate populiste nel resto del mondo: gli Usa, a differenza per esempio dei Paesi ex comunisti, non vengono da una dittatura. Ed è il dato più pericoloso, il - direbbero loro - game-changer. Con tutto che i protagonisti sono gli stessi: da Putin a Musk, di cui finalmente si intuiscono le reali intenzioni all’atto di acquisire Twitter, passando per i loro pallidi soldatini di qua dalla ex cortina di ferro. Ma pensare di opporre a Trump, alle sue balle reiterate contro le squadre avversarie, gli inviti alla concretezza, ai programmi, alla volontà della gente, significa non aver compreso i termini del problema. Che è sistemico, non politico. Benjamin Netanyahu ha sfruttato in senso vittimistico i fatti di Amsterdam: perché fa politica, interna ed esterna, come un ultrà. Hamas ha sfruttato l’assedio israeliano per imporre una logica ultrà, liberandosi dell’Anp. Perché gli ultrà sono anti-sistema, a meno che non sia il loro. Putin, come gli ultrà, guida la sua curva guadagnando dal merchandising e ricattando la società (il globo su cui nostro malgrado giriamo). E l’informazione che racconta tutto questo, sempre più spesso, in Italia quasi sempre, è composta da ultrà: per guadagnare denaro e potere.
Nel momento in cui siamo stati ficcati in una grande curva, che non si svuoterà a breve, quel che ci resta è un piccolo atto forse solo apparentemente nichilista. Guadagnare l’uscita di sicurezza e lasciare lo spettacolo ad altri. Con atti personali che passino attraverso libero arbitrio, laicità, abbandono dei riflessi condizionati. Riconoscendo gli estremisti per convenienza, anche e soprattutto quando si nascondono dietro una grisaglia di credibilità. Kurt Vonnegut diceva: “Quando siete felici, fateci caso”. In questi tempi bui, è un consiglio d’oro. Ne aggiungo un altro, piccino: “Quando vi mettono una sciarpa da ultrà addosso, fateci caso. E lasciatela a terra”.











