di Marcello Sorgi
La Stampa, 29 agosto 2024
Farebbe molto male Meloni, alla vigilia del vertice di maggioranza di domani, a trascurare il monito del Papa sui migranti e sui “respingimenti”, parola che Francesco ha messo all’indice e che invece è nel linguaggio corrente del governo, tal che uno dei progetti che l’esecutivo persegue, sia pure con tempi rallentati, è quello dell’invio dei clandestini in Albania in edifici costruiti apposta con la collaborazione del primo ministro albanese Rama. Sarebbe sbagliato far finta di non aver ascoltato il Pontefice, non tanto per l’argomento che, si sa, gli sta a cuore, tanto da aver cominciato il suo pontificato con un viaggio a Lampedusa, ma perché rappresenta un chiaro avviso rivolto al governo dopo la disponibilità manifestata a luglio con la partecipazione al primo G7 presieduto da Meloni in Puglia.
In un vertice internazionale privo di decisioni significative, e concluso con una mezza ricopiatura dei documenti precedenti, la presenza del Papa costituì, come si ricorderà, l’unico vero elemento di novità. E significò per Meloni, che era riuscita a convincerlo a partecipare, un indubbio successo politico e di immagine, alla vigilia del Giubileo che comincia a dicembre. Cosa abbia fatto da allora il governo per venire incontro alle aspettative del Papa, è presto detto: nulla. E non si tratta solo di ribadire le posizioni in materia di famiglia, che la ministra Roccella di tanto in tanto si affanna a ribadire. Ma di un percorso in cui il Vaticano non vede chiarezza, anzi, al contrario, troppo spesso confusione.
Prendiamo ad esempio lo ius scholae, su cui Tajani ha impostato durante l’estate una battaglia d’opinione, salvo poi rassicurare che non farà certo cadere il governo per questo. Il Vaticano, e il Papa in prima persona, sono interessati a capire quanto c’è di serietà e quanto di propaganda nelle discussioni delle ultime settimane. E soprattutto se davvero la premier intenda sgomberare il tavolo della ripresa politica da quest’argomento, rinviandolo sine die o addirittura ripetendo che siccome non fa parte del programma di governo non c’è proprio da discuterne, o se invece, sorprendendo i suoi stessi alleati, fare una mossa a sorpresa per trovare una soluzione al problema. Gli auspici della vigilia vanno ovviamente in direzione opposta, anche perché negli ultimi tempi Meloni non muove un dito senza assicurarsi preventivamente di non essere smentita dal suo vice leghista. E Salvini, come si può immaginare, non aspetterebbe altro per farle un ennesimo sgambetto e cercare voti nelle frange più anti-immigrati dell’elettorato italiano.
Questo del rapporto con Salvini è un punto nodale dei rapporti tra governo e Vaticano. Specie da quando il leader del Carroccio, per citare Flavia Perina, ha sostituito “il crocifisso con la mimetica” dell’ex-generale Vannacci. Non che le cose andassero meglio quando Salvini fingeva di fare il baciapile. Nessuno, sull’altra sponda del Tevere, lo ha mai preso sul serio. Ma da quando - ben prima dell’incontro con l’ufficiale perbenista e razzista, autore del best seller “Il mondo al contrario” - ha preso ad avventurarsi sul terreno minato della legalizzazione della prostituzione, con slogan tipo “meglio l’amore che la droga” e argomenti del genere che lo Stato ci guadagnerebbe da un punto di vista fiscale, il Papa, il Capitano, lo ha proprio cancellato. Eppure certe disinvolture erano risultate indigeribili ai leghisti della prima ora, che non dimenticano che la Lega era nata come partito cattolico all’ombra del vescovo federalista di Como monsignor Maggiolini, e non si rassegnano alla svolta salviniana dell’ultima ora, che ne tradisce le origini.
Perché occorre sapere - ed è impossibile che Salvini lo ignori - che Francesco nutre una particolare compassione per le prostitute, in particolare per quelle nigeriane che affollano il mercato del sesso a pagamento, ed ha voluto accompagnarle di recente in una loro marcia, invocando attenzione da parte dello Stato per loro e per i loro figli, spesso abbandonati. Proporre di farne lavoratrici regolarizzate, con tanto di contributi da pagare, è quasi come mettere un dito nell’occhio al Papa.
Nell’incertezza della premier, che da mesi e mesi vive questa strana condizione di subalternità a Salvini, Tajani, astutamente, s’è mosso per conto suo. È stato lui a nominare un inviato speciale della Farnesina “contro la tratta della prostituzione”. Ancora lui, pochi mesi fa, a favorire il ricongiungimento di una madre della Costa d’Avorio con la propria bambina, subito battezzata da don Aldo Buonaiuto, animatore della Comunità Giovanni XXIII, con il ministro degli Esteri come padrino del battesimo. Ma questi, pur considerati significativi, rimangono singoli gesti. E le promesse del sottosegretario alla presidenza del consiglio Mantovano, braccio destro di Meloni, restano sempre promesse. Il Papa e i vescovi della Conferenza episcopale italiana attendono di sapere qual è il vero pensiero di Meloni e a quale dei suoi vice si senta più vicina.









