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di Flavia Perina

La Stampa, 14 febbraio 2026

La destra (e anche la sinistra) ha, hanno, avrebbero un formidabile strumento per sottrarre il dibattito referendario alla guerra dei meme scemi o delle provocazioni esorbitanti e fare nella pratica ciò che a parole tutti dicono di volere: una discussione politica sul merito, tra adulti, che parta dalle ragioni del Sì e del No e le metta a confronto oltre gli slogan su chi (gli anarchici, CasaPound, le brave persone, i mafiosi) vota cosa (Sì, No, boh). Lo strumento è la Rai, si chiama servizio pubblico per questo, e gli paghiamo il canone non solo per vedere il curling o Pupo in diretta da Sanremo ma anche per capire in un civile contraddittorio qual è la posta in gioco di una modifica costituzionale che cambierà per sempre l’organizzazione della giustizia.

Due delibere di Agcom e Vigilanza, in vigore da ieri, hanno fissato i soliti paletti sul dovere di imparzialità, pluralismo, completezza, ma dentro quei paletti bisognerà pur metterci qualcosa, e se il contenuto saranno i soliloqui a tarda notte delle due parti non ci sarà storia: quelli dei meme scemi vinceranno sempre e la campagna referendaria diventerà una caccia alla gaffe dell’avversario per eccitare le opposte tifoserie.

La corsa verso il voto del 22 e 23 marzo ha vissuto finora tre fasi. La prima, quella dell’anarchia dichiarativa, con il ministro Carlo Nordio che diceva alle sinistre “se governerete, servirà anche a voi” e quelle che replicavano indignate “ma allora è vero che è una riforma a misura del potere”. La seconda, quella della reductio ad asinum: è quando, prendendo gli italiani per assoluti ciucci, le due parti si sono scontrate sulle virtù salvifiche del Si o del No: con il Sì mai più casi Garlasco, assalti anarchici, immigrati clandestini (da destra); con il No democrazia salva, deriva trumpiana sconfitta, civiltà giuridica in sicurezza. La terza fase è appunto quella dei meme scemi e dei testimonial al contrario: l’ultimo è Nicola Gratteri con la sua frase sul voto degli ‘ndragnhetisti ma fidatevi, domani ce ne sarà un altro dalla parte opposta pronto a giurare che per il No votano gli amici di Epstein o di Belzebù.

Per la quarta fase abbiamo due opzioni. O il servizio pubblico riesce a orientare diversamente il dibattito pubblico, sforzo disperato ma che farebbe onore a una Rai al momento assai ammaccata (e ai suoi dante causa), o passeremo quaranta giorni a discutere sull’agenda costruita dai ragazzini dei meme, quei trentenni social-media-geni che stanno trasformando il Perché Sì e Perché No in un intrattenimento digitale analogo ai gattini che impastano orecchiette (“L’hai vista questa? È top”).

Si discute molto sul fatto che Giorgia Meloni dovrà, prima o poi, mettere la faccia sulla chiamata alle urne, ma aspettando lei potrebbero mettercela tutti gli altri, parlamentari, governatori, ministri e capi dell’opposizione, in pubblico dibattito, magari in prima serata, e sarebbe il solo modo di dimostrare che davvero tengono a una discussione seria. Altrimenti resterà il sospetto che a tutti vada benissimo così, e che la riforma sarà pure uno scontro di civiltà ma per i partiti è meglio che lo combattano furieri ed intendenza (hai visto mai che va a finire male).