di Matteo Lancini
La Stampa, 14 marzo 2026
La relazione tra minori e giustizia è in questo periodo al centro del dibattito italiano. Numerosi fatti di cronaca richiamano l’attenzione dell’opinione pubblica. Dall’ormai stracitata e strattonata vicenda dei genitori del bosco, alle iniziative volte a prevenire la violenza armata giovanile, all’indagine sui pestaggi e le aggressioni che sarebbero avvenute all’interno del carcere minorile di Casal Del Marmo. In tutto questo, molti politici che hanno voluto e sostenuto il decreto Caivano, ovvero il decreto legge del novembre 2023 che ha previsto un inasprimento delle sanzioni per i genitori inadempienti anche rispetto alla mancata frequentazione della scuola da parte dei loro figli, si dichiarano sconvolti dagli interventi della magistratura minorile nei riguardi dei genitori che vivono nel bosco.
Non entro nel merito della vicenda di Palmoli, su cui ho già più volte dichiarato che come quasi sempre accade l’interesse reale dei minori finisce per essere trascurato quando prevalgono conflitti ideologici tra gli adulti. Mi interessa, invece, sottolineare come l’applicazione del Decreto Caivano stia contribuendo ad aggravare la situazione psichica, affettiva e relazionale di molti giovani ritirati socialmente.
Per chi non lo sapesse, il ritiro sociale maschile è un fenomeno talmente diffuso da essere ormai considerato in Italia come l’equivalente dei disturbi alimentari tra le ragazze. Molti di questi ragazzi non frequentano la scuola perché hanno sviluppato un’ansia sociale e una fobia scolare che rende impossibile varcare il portone scolastico ed entrare in classe. Ragazzi, peraltro, che in molti casi ottenevano fino a pochi mesi prima buoni o ottimi risultati scolastici. Per eseguire le direttive del Decreto Caivano, sempre più spesso i dirigenti scolastici segnalano alle forze dell’ordine queste situazioni, con sempre più frequenti visite a domicilio di forze di polizia. I ritirati sociali non frequentano la scuola non perché sono ingaggiati nel sistema mafioso familiare né perché preferiscono giocare a biliardo o alla playstation. Sono ragazzi che soffrono e insieme a loro patiscono enormemente le loro madri e i loro padri. Inviare a casa le forze dell’ordine ha già portato, in diversi casi, a un peggioramento delle loro condizioni cliniche, con il rischio di un’evoluzione drammatica.
Come potete immaginare si sentono colpevolizzati dal fatto che i loro genitori vengano comunque additati di non fare abbastanza e che quindi saranno, in qualche forma, sanzionati se loro non torneranno a scuola. Questa è una società dove sempre più spesso l’interesse superiore del minore sparisce davanti alle esigenze di visibilità e alle ideologie dei politici e degli adulti. In base al fatto di cronaca del momento, si prendono provvedimenti volti ad ottenere il consenso degli elettori, lasciando ampiamente in secondo piano le sofferenze e le esigenze del popolo minorile non votante. Non vorrei che qualcuno stesse aspettando l’ennesimo fatto di cronaca di violenza minorile per abbassare l’età di non punibilità dei minori (attualmente a 14 anni) così come fatto, qualcuno lo ricorderà, in occasione di un rave party.
La giustizia minorile italiana è una delle più avanzate al mondo e viene studiata all’estero. Ai politici consiglierei di accettare il fatto che la punibilità, il carcere sempre più precoce e interventi sicuritari non hanno mai ridotto e non faranno mai diminuire la diffusione di questi episodi perché il motore di questi comportamenti sono la sofferenza, il disagio, la ricerca di una visibilità che gli adulti troppo interessati a sé stessi non offrono. A questo proposito consiglio la lettura del report di ricerca appena pubblicato da Save the Children, dal titolo “(Dis)armati”, con particolare attenzione alle indicazioni rivolte alle autorità governative. Continuare a sostenere che l’autorevolezza adulta si declina attraverso interventi securitari e punitivi verso giovanissimi violenti e disperati è terribile. Almeno si abbia il coraggio di dichiarare che lo si fa per prendere voti e non per l’interesse superiore del minore. Nel bosco, come nelle città.










