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di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

La Repubblica, 27 luglio 2025

Un profilo Facebook può essere rimosso, in modo provvisorio o permanente, generalmente in tre modi: dal proprietario del profilo stesso, dall’Autorità Giudiziaria e da Meta. È a proposito di quest’ultima ipotesi che si è detto e scritto molto. Si sa, infatti, che Facebook ha la facoltà di rimuovere un account quando si viola la policy (per esempio pubblicando post violenti o che incitano all’odio) e quando vengono violati gli standard della community (utilizzando falsi profili, nomi fittizi o pubblicando dello spam).

A fronte di una chiarezza apparente dei criteri con cui queste cancellazioni vengono effettuate, persiste una poca trasparenza circa i meccanismi interni di valutazione: chi o cosa opera quella scelta, sulla base di quali segnalazioni, con quali criteri e con quali ripercussioni.

Era il 2016 quando a Michele Rech, Zerocalcare, fu rimosso l’account fb a causa di un post sulla commemorazione di Carlo Giuliani. Il vignettista, infatti, pubblicò la locandina di un’iniziativa e sotto al post, in poco tempo, comparvero centinaia di commenti d’odio e insulti. Fb rimosse il post definitivamente e, per un periodo, rimosse anche il profilo privato e quello pubblico di Zerocalcare. Ripristinato il profilo, l’episodio fu considerato a tutti gli effetti un “linciaggio virtuale” organizzato, si disse, da account di estrema destra.

In un articolo pubblicato da Lucy sulla Cultura lo scorso gennaio, Paolo Ruta racconta la sua esperienza di moderatore dei contenuti della piattaforma Meta. Lui e i colleghi (oltre a un articolato sistema di algoritmi) ogni giorno dovevano valutare quali contenuti potessero essere pubblicati e quali, invece, violavano gli standard della piattaforma. Ruta fornisce un’analisi critica dell’intero processo decisionale, sottolineando anche l’impatto emotivamente devastante prodotto dall’esposizione quotidiana a contenuti violenti.

Le linee guida fornite ai moderatori, scrive Ruta, in un primo momento erano abbastanza generiche, tanto da rendere impossibile l’interpretazione della complessità di post, immagini e commenti. Poi, negli anni, il sistema di moderazione è migliorato tanto da “ridurre il margine di errore al 2%”. Ciò, chiosa Ruta, non ha reso Facebook un posto sicuro.

Negli ultimi anni Meta ha progressivamente ridotto il lavoro umano, delegando alle macchine il processo di moderazione e, quindi, di selezione di profili e contenuti sulla base delle segnalazioni. Per dimostrare la propria trasparenza, Meta ha poi istituito un organismo definito indipendente, l’Oversight Board, che ha il compito di monitorare ulteriormente la selezione dei post in base alla policy dell’azienda. Detto ciò, come giustamente fa notare Ruta, l’indipendenza dell’organismo è poco credibile, dal momento che a finanziarlo è Meta stesso.

Come si è visto nel caso di Zerocalcare, per quanto astratte e lontane sembrino queste dinamiche, esse hanno dirette conseguenze nella vita - non solo virtuale - delle persone e, soprattutto, sul loro lavoro.

Un caso recente che, a nostro parere, solleva forti perplessità è quello riguardante Damiano Aliprandi: giornalista del Dubbio, punto di riferimento per chiunque si avvicini al mondo del carcere, Aliprandi ha scritto molto anche sul periodo della “mafia stragista”. Importanti le sue inchieste sulla criminalità organizzata, sul falso pentito dell’indagine relativa all’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta e sul lavoro delle relative commissioni parlamentari.

Recentemente, il suo nome è apparso in un servizio di Report in cui venivano pubblicate delle intercettazioni della Procura di Firenze nell’ambito di un’indagine sul generale Mario Mori. Report ha fatto riferimento a delle fonti anonime che avrebbero lasciato intendere come Mori volesse pilotare le nomine della Commissione antimafia nominando dei consulenti a lui graditi, citando tra questi anche lo stesso Aliprandi. Il servizio è stato oggetto di numerose critiche, poiché considerato sensazionalistico e tendenzioso, oltre che potenzialmente pericoloso per l’incolumità delle persone superficialmente citate.

Cosa c’entra questo con la rimozione sistematica dell’account di Aliprandi è difficile dire, ma è evidente che al centro della censura ci sia il suo lavoro, dal momento che l’uso delle pagine social da parte dell’interessato è esclusivamente professionale. Per tre volte il suo profilo è stato segnalato, tanto da portare alla rimozione definitiva di un account su cui Aliprandi da anni aveva pubblicato e condiviso materiale. L’unico modo per tornare sulla piattaforma è stato creare un profilo ex-novo, anche quello puntualmente segnalato.