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di Chiara Saraceno

La Stampa, 17 ottobre 2025

I femminicidi sono all’ordine del giorno e così violenze di ogni tipo sulle donne, per lo più all’interno di rapporti familiari o comunque intimi, da parte di compagni, mariti, amici. Ne sono autori uomini adulti di ogni condizione sociale ma anche adolescenti. Eppure c’è ancora chi pensa che non ci sia alcun bisogno di un’educazione all’affettività e alla sessualità, al riconoscimento e controllo delle emozioni legate al corpo proprio e altrui, alla maturazione di relazioni affettive basate sulla cura e il rispetto reciproco.

Già il disegno di legge Valditara sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole prevede mille vincoli alla sua effettiva realizzazione, a partire dall’esclusione delle scuole dell’infanzia e primarie e, per le altre, l’assenso sia del collegio docenti sia di ciascuna famiglia. Come se si trattasse di un optional e non ci fosse il rischio molto elevato che siano proprio le famiglie meno sensibili alla necessità di fornire un’educazione in questo senso, o quelle caratterizzate da anaffettività e violenza, a non dare il proprio assenso. Ora un emendamento della Lega, approvato dalla maggioranza, vuole escludere anche gli studenti della scuola secondaria di primo grado da questa educazione.

Come se la violenza di genere fosse un fenomeno non solo marginale, ma scoppiasse all’improvviso in età adulta in maschi disturbati, e non avesse invece il suo terreno di coltura nella combinazione micidiale di stereotipi di genere e una carente educazione affettiva, ai sentimenti ed emozioni - in famiglia innanzitutto, ma anche negli altri contesti educativi - fin dall’infanzia. Eppure esiste ormai un corpus di conoscenze interdisciplinari che mostra come le basi delle capacità non solo cognitive ma anche emotive e relazionali siano poste nell’infanzia, e vadano continuamente arricchite e rafforzate lungo tutto il processo di crescita, accompagnando sia lo sviluppo e la diversificazione delle relazioni, sia il cambiamento del corpo, proprio e altrui.

Aggiungo che proprio il cambiamento del corpo e le emozioni che questo provoca è un’esperienza centrale dell’adolescenza che andrebbe accompagnata con attenzione, in famiglia, certo, ma anche là dove avviene il confronto quotidiano tra pari, che molte ricerche segnalano essere fonte di dubbi, incertezze, anche bullismo. Dovrebbe anche preoccupare che diverse ricerche segnalano come tra gli adolescenti siano diffuse esperienze di coppia in cui sono frequenti pretese di controllo stretto ed anche forme di violenza fisica o psicologica. D’altra parte, sempre le ricerche mostrano che gli e le adolescenti vorrebbero parlare dei loro dubbi e delle loro curiosità relativamente al corpo, alla sessualità, alle emozioni, con persone competenti, ma non sempre le trovano.

Chi si oppone all’educazione sessuo-affettiva a scuola spesso lo fa in nome del rischio che questa promuova una fantomatica teoria gender che incoraggi bambine/i e adolescenti a cambiare sesso e/o identità di genere, oppure che promuova una sessualizzazione precoce. Come dimostrano le varie esperienze che in modo più o meno accidentato si sono fatte e fanno in Italia e soprattutto nei Paesi in cui l’educazione sessuo-affettiva è da tempo parte integrante dei curricula scolastici anche dei piccolissimi, sono preoccupazioni senza fondamento di adulti spaventati che preferiscono chiudere gli occhi di fronte alla responsabilità di affrontare le domande, le emozioni connesse all’avventura della crescita, che non è una strada sempre lineare e senza scosse. Costruiscono un nemico inesistente per non uscire dalla comfort zone delle proprie sicurezze, anche a costo di ignorare, e perciò rafforzare, quelle dei propri figli, allievi, cittadini in crescita.