di Massimiliano Panarari
La Stampa, 6 gennaio 2025
Una “riscoperta” quanto mai opportuna. Tornano a circolare nel dibattito corrente alcune riflessioni sulla speranza. Nel messaggio di fine anno il Capo dello Stato - esponente di quella tradizione del cattolicesimo politico democratico che con questa categoria ha una vera dimestichezza - vi ha fatto segnatamente riferimento quale orizzonte da abbracciare per superare <de divaricazioni che lacerano le nostre società”, e incamminarci con “fiducia verso il futuro”. Su queste colonne, Viola Ardone ha recuperato il significato della speranza quale “ultima dea” della cultura classica, aprendo alla necessità del suo ritorno in questi nostri tempi postmoderni, che l’hanno smarrita. Ovvero, l’epoca delle passioni grigie e tristi, e di un presentismo per l’appunto senza speranza, che si è sempre maggiormente impossessato della mentalità collettiva al tramonto della modernità.
Accanto alle speranze diversamente trascendenti dell’antichità greco-romana, dell’ebraismo e del cristianesimo, infatti, dal Settecento si è imposta quella mondana dell’Illuminismo, che ha aperto la strada alla centralità delle idee (ottimistiche) di futuro e progresso, quelle che unificano - al di là degli scontri e delle reciproche “scomuniche” - pressoché tutte le ideologie, a eccezione dei totalitarismi generatori di disperazione.
Con una rilevante differenza: quella che imputava il progresso della società al motore della componente volontaristica individuale nella visione dei vari philosophes illuministi - anche se non erano tutti uguali, e annoveravano la robusta “anomalia” di Rousseau, secondo il quale la civiltà produceva declino ed egoismo - mentre per le ideologie storiche del XIX e XX secolo era il procedere della storia a generare di per sé stesso, e in maniera necessitata, una forma di avanzamento.
E, in virtù della speranza in un mondo migliore, quelle “banche della collera” - come le ha denominate Peter Sloterdijk - che coincidevano con i partiti di massa la “stoccavano” e “sublimavano” all’insegna di un atteggiamento e un’azione ottimistici, che hanno per molto tempo convertito l’invidia di classe in (regolamentato) conflitto sociale; e “scusate se è poco” rispetto all’esplosione degli egotismi e alla frammenta zione rivendicativa dell’attuale fase storica. Sui confini e le prospettive di questo concetto si sono esercitati, proprio nel periodo più buio del Secolo breve come pure in quello, dopo la seconda guerra mondiale, che ha fatto ripartire le lancette del cambiamento in positivo, grandi filosofi come Ernst Bloch, Hannah Arendt e Jacques Maritain.
La speranza, difatti, costituisce la “passione del possibile”, secondo la definizione di Kierkegaard, sviluppata da due pensatori protestanti novecenteschi, Paul Ricoeur e Ahgen Moltmann (come ricordano, in un libro importante sul tema, Guido Gili ed Emiliana Mangone: Speranza. Passione del possibile, in uscita da Vita e Pensiero nei prossimi giorni). Come hanno sottolineato le parole di Capodanno del presidente della Repubblica, la speranza va pensata come una categoria eminentemente politica: l’opposto della paura, da tempo immemorabile instrumentum regni che garantisce il dominio, annichilendo ogni potenzialità di trasformazione dello stato delle cose. La spinta verso il futuro possibile è stata precisamente alla base di numerosi mutamenti realizzati o invocati dai movimenti del XX secolo.
Come pure, tipicamente, delle utopie, alcune delle quali hanno cambiato di segno per farsi distopie: dal socialismo reale al capitalismo della sorveglianza e all’inquietante transumanesimo dell’Ideologia californiana. La speranza risulta connotata in termini innanzitutto emotivi - e anche per questo la si può considerare come un’emozione politica - ma possiede altresì una dimensione razionale.
Ed è quella che consente di distinguere quanto si può tentare di realizzare dall’impossibile; e che, al medesimo tempo, attiva il riconoscimento delle aspirazioni e dell’identità degli altri, perché la speranza può divenire realtà solo mediante un movimento collettivo o comunitario, fondato sulla fiducia (per evocare un altro termine del lessico di Sergio Mattarella). In buona sostanza, l’antitesi della politica “disperante” dell’iperpersonalizzazione, della polarizzazione, della disintermediazione (e dell’inciviltà).









