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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 28 giugno 2026

Scontro al Csm per una delibera sulle aree “ad alta densità mafiosa”. Un procuratore antimafia vale più dei suoi colleghi? La domanda non è nuova e già in passato il Csm ci è inciampato sopra. Adesso è tornata di moda per una delibera che ha modificato il Testo unico sulla dirigenza giudiziaria indicando una serie di procure che operano in aree ad “alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso”. Il provvedimento, sulla carta, servirebbe a valorizzare le esperienze in antimafia dei magistrati che aspirano a determinati incarichi direttivi o semidirettivi. Significa che quando si apre la partita per una nomina a capo di una procura in una zona in cui i reati di mafia sono preponderanti, chi ha già lavorato in una dda parte avanti agli altri.

La polemica è scoppiata per il fatto che le aree individuate dal Csm sono tutte del Sud: Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. “Così si cancella l’esistenza della mafia al nord”, è dunque diventato il ritornello più ripetuto negli ambienti dell’antimafia non solo giudiziaria. Articoli, appelli, interviste a testimoniare la grande preoccupazione per il fatto che il consiglio superiore avrebbe riscritto la storia della criminalità organizzata in Italia e l’avrebbe confinata esclusivamente nel Mezzogiorno quando decine di inchieste dicono che ormai le infiltrazioni sono presenti anche - forse soprattutto - al Nord. Sull’onda di tutto questo, il consigliere laico del Pd Ernesto Carbone ha presentato una pratica per riportare la discussione in commissione. Proteste sono arrivate anche dalle laiche di destra Claudia Eccher e Isabella Bertolini, che chiedono il ritiro della delibera

La faccenda, però, è molto diversa. “La mafia è un fenomeno che non si può sottovalutare e nessuno al Csm ha alcuna intenzione di farlo. L’esperienza in quel settore è un patrimonio, ma va valorizzata in maniera corretta, cioè quando è rilevante”, dice al manifesto la consigliera di Magistratura democratica Mimma Miele. “Questa esperienza è un titolo quando si ricopre un ruolo in una procura distrettuale, ma è evidente che, quando si concorre per una procura circondariale, non può essere considerato titolo preferenziale”. Altrimenti vorrebbe dire che aver fatto il magistrato antimafia conta più di aver fatto il magistrato specializzato, per esempio, in crimini finanziari. Vorrebbe dire istituzionalizzare un antico sospetto: talvolta l’antimafia serve solo a fare carriera.

“A Milano - spiega dal canto suo il consigliere indipendente Roberto Fontana - ci sono stati tanti procuratori che non venivano dall’antimafia e che però hanno fatto inchieste enormi sulla mafia. Poi ovviamente possiamo discutere di tutto, ma la polemica mi pare nata da una questione mal posta: è assurdo dire che al Csm si sottovaluta la mafia”. Il meccanismo con cui sono state individuate le aree ad alta densità di criminalità mafiosa, peraltro, non è affatto arbitrario. Dal consiglio superiore lo avevano spiegato quando la delibera è stata approvata: “Le valutazioni sono state effettuate sulla base della relazione della Dia 2024, il bilancio sociale della Dnaa, la tabella degli atti inseriti nel sistema Sidda/Sidna, il dossier Anci sulle infiltrazioni negli enti locali”.

Ma se la forma è corretta, resterebbe un problema di “messaggio sbagliato”, come hanno detto dall’associazione Libera, che una decina di giorni fa ha organizzato un presidio a Bologna sul punto. Quello che sfugge, forse, è che quanto deciso dal Csm non riguarda l’antimafia ma la carriera dei magistrati e i requisiti per ottenere nomine più o meno di prestigio. Voler trasformare tutta l’Italia in un territorio “ad alta densità mafiosa” nel nome del testo unico sulla dirigenza giudiziaria non è solo bizzarro (o strumentale), è pure l’ennesima conferma di quanto avesse ragione Leonardo Sciascia quando diceva che se tutto è mafia, niente lo è davvero.