di Luigi Manconi e Federica Delogu
La Repubblica, 1 novembre 2025
Sulle attività esterne in carcere ora decide il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap). Ecco le nuove regole per accedere a corsi e laboratori. Il 21 ottobre scorso, con una circolare, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), ha modificato le regole da rispettare per ottenere l’autorizzazione alle attività educative, culturali e ricreative nelle carceri italiane. Nello specifico ciò che viene modificato è che, per i “soli” istituti in cui è presente una sezione di 41 bis, alta sicurezza o di collaboratori di giustizia (ossia i circuiti a gestione dipartimentale), anche quando nelle attività sono coinvolti detenuti di media sicurezza, sarà necessario inviare una richiesta di autorizzazione non più alla direzione del carcere, bensì all’autorità centrale: ovvero al Dipartimento stesso.
Fino ad ora la richiesta, sottoposta all’istituto, veniva in seguito approvata dal magistrato di sorveglianza, dopo il parere positivo della direzione dello stesso istituto. Dunque d’ora in poi le associazioni, le cooperative e tutti gli enti che intendono proporre attività rivolte alle persone recluse non si confronteranno con l’istituzione più prossima, ma dovranno, con un non meglio specificato “congruo anticipo”, rivolgersi alla direzione generale del Dap a Roma. E fornire una serie di indicazioni molto dettagliate.
Una notizia che, a prima vista, potrebbe apparire di poco conto, una mera modifica burocratica nell’iter di autorizzazione, ma che in realtà nasconde un passo ulteriore da parte dell’amministrazione penitenziaria verso una sempre maggiore, e preoccupante, chiusura delle carceri rispetto al mondo esterno. L’autorizzazione in capo al Dipartimento significa infatti un accentramento decisionale che non prende in considerazione, e dunque svilisce, la conoscenza delle situazioni specifiche che hanno le direzioni e i provveditorati regionali.
Le attività all’interno degli istituti di pena, già limitate rispetto ai numeri della popolazione carceraria, hanno un significato importante per la vita reclusa: costituiscono uno spazio di autonomia per le persone detenute che permette loro di mantenere un contatto con il mondo esterno, rompere la routine senza scelta delle giornate prigioniere e, in genere, confrontarsi con qualcosa di nuovo anche rispetto al passato fuori dal carcere.
Parliamo nella pratica di corsi, incontri, presentazioni, laboratori che ora rischiano di perdersi nella burocrazia ministeriale e non tenere conto delle realtà dei luoghi in cui le carceri sorgono, i loro rapporti con le realtà del territorio e il terzo settore. E questo avviene, peraltro, in un momento in cui il sistema penitenziario italiano vive una gravissima crisi, con numeri di suicidi ormai da anni elevatissimi (nonostante il calcolo al ribasso dello stesso ministero), dati drammatici di sovraffollamento e una strutturale carenza di personale che si riflette, in particolare, nella mancanza di scorte per il trasporto in ospedale per visite mediche.
E proprio su questo aspetto sanitario il Dipartimento era intervenuto, una decina di giorni prima, con una nota che definiva “pendolarismo ospedaliero” il trasporto di pazienti alle visite specialistiche richieste dai medici e, pur riconoscendo nella gestione sanitaria “uno dei fronti più sensibili e delicati” e chiedendo una maggiore collaborazione tra i settori professionali dei penitenziari, sosteneva che “è indispensabile che il ricorso ai trasferimenti esterni venga circoscritto ai soli casi indifferibili e documentati da certificazioni puntuali”. In sostanza, il medico, come poi si legge più avanti nella stessa circolare, deve chiamare il 118 solo nei casi di effettivo pericolo di vita.
Con questa nuova circolare invece il Dap assume il monopolio della scelta, certo burocratizzando e spersonalizzando la procedura di autorizzazione, ma soprattutto consegnando più chiaramente l’immagine di carcere che persegue: un luogo chiuso che non dialoga con la società libera. E dunque appare scontata la domanda su quale tipo di futuro viene prospettato per chi questo carcere lo vive, talvolta per lunghissimi anni.











