di Gabriele Segre
La Stampa, 16 aprile 2026
I conflitti sono come polmoni: si espandono, si contraggono, si infiammano. A volte sembrano sul punto di collassare, altre di esplodere. Da sette settimane il Medio Oriente intero tossisce sangue. La polmonite geopolitica innescata dagli attacchi americani e israeliani si è rapidamente estesa oltre il focolaio iniziale, propagandosi nella regione con riverberi globali sempre più intensi e pericolosi. Come in ogni crisi seria, il decorso resta incerto: tra escalation improvvise e tregue intermittenti, choc energetici e blocchi navali degni di un Risiko giocato male, restiamo sospesi a osservare ogni rantolo del conflitto, chiedendoci una cosa sola: si contrarrà, o continuerà ad espandersi?
I segnali sull’asse Washington-Pechino non autorizzano una prognosi troppo ottimista. Secondo l’intelligence americana, la Cina starebbe valutando l’invio all’Iran di sistemi di difesa aerea. Pechino smentisce, come da manuale, mentre Trump reagisce con la sua consueta delicatezza: “La Cina avrà grossi problemi”, minacciando dazi del cinquanta per cento contro chiunque armi Teheran. Non esattamente una cura ricostituente per la stabilità globale.
Che la notizia sia confermata o meno, una cosa è evidente: la Cina ha smesso di fare da semplice spettatrice, per quanto interessata. Pechino non ha alcuna intenzione di trasformare il Medio Oriente in un campo di confronto diretto con gli Stati Uniti - non oggi, almeno, e non in questi termini. Ma questo non significa restarne fuori. Tra chip militari e ricambi per i missili iraniani, copertura diplomatica all’Onu e peso politico speso per favorire la tregua, la Cina è già dentro fino al collo. Con l’Iran non esiste alcuna alleanza formale, ma una convergenza di interessi strutturale, fatta di investimenti, cooperazione strategica e di una comune allergia verso l’ordine internazionale a guida americana.
Se la pressione su Teheran dovesse aumentare, gli interessi del Dragone sarebbero colpiti in modo diretto, e il polmone del conflitto rischierebbe di espandersi oltre ogni margine di controllo. Certo, non siamo davanti ad alcuno scenario da terza guerra mondiale in diretta streaming. Ma la storia ha una predilezione perversa per l’escalation involontaria: la stratificazione silenziosa di piccoli atti ostili - che presi singolarmente non fanno una guerra - messi insieme finiscono per prepararla.
D’altro canto, non sarebbe la prima volta. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, molti tra i pensatori più lucidi d’Europa erano convinti che, in un mondo divenuto multipolare ed economicamente integrato, un conflitto tra grandi potenze fosse impossibile. Poi arrivò l’estate del 1914, e con essa la scoperta - pagata a un prezzo disumano - che anche l’irrazionale può seguire una logica ferrea. I paralleli storici sono sempre imprecisi, ma a volte ci azzeccano con fastidioso tempismo. Oggi ci troviamo in un sistema non identico - ma inquietantemente simile - a quello di allora: multipolare, con tensioni che si sommano anziché compensarsi. Le alleanze, pensate come strumenti di deterrenza, funzionano piuttosto da detonatori, proprio perché sono diventate opache e ambigue nell’istante della verità. Il risultato è una spirale di sospetto che trasforma ogni crisi locale in un potenziale innesco globale.
Anche adesso le grandi potenze non hanno alcuna intenzione dichiarata di entrare in guerra tra loro. Il problema è che rischiano di finirci dentro lo stesso, loro malgrado: a un certo punto il costo di restarne fuori diventerà più alto del rischio di entrarci. È la logica paradossale del “momento massimo”: l’idea che oggi sia l’ultimo istante utile per agire, perché domani potrebbe essere tardi. Una logica che accorcia i tempi, azzera il dubbio e trasforma ogni crisi in una finestra spalancata sulla catastrofe. Tanto più che la velocità tecnologica ha compresso a pochi minuti i tempi di reazione che un tempo consentivano almeno di dormirci sopra.
Il conflitto nel Golfo è, in questo frangente, il polmone più affaticato del sistema. Ma non è certo l’unico. Taiwan resta la miccia più corta del pianeta, la penisola coreana una variabile che nessuno controlla davvero, l’Artico un nuovo Far West strategico dove le regole devono ancora essere inventate. E poi c’è l’Ucraina, che ha già mostrato quanto velocemente un conflitto possa avvicinarsi al punto di non ritorno. Lì il polmone si è già gonfiato fin quasi all’irreversibile, sfiorando lo scontro diretto tra Russia e Nato, per poi contrarsi nel momento in cui Trump ha chiarito di preferire le ragioni dell’amico Putin alle sorti dell’alleato ucraino. Pessime notizie per Kiev e per un’Europa rimasta con il cerino in mano, ma, paradossalmente, un po’ di ossigeno contro l’Armageddon globale. Almeno per ora. Il punto è che non esiste alcuna garanzia che questo movimento di contrazione si ripeta ogni volta. Nessuna legge naturale impone ai conflitti di fermarsi prima che effettuino il salto di categoria. Anzi, la storia suggerisce che si espandono proprio quando tutti sono convinti che non lo faranno. Ecco il vero paradosso: siamo la prima generazione nella storia che si crede abbastanza matura e consapevole da non ripetere gli errori del passato. Ed è esattamente per questo che rischiamo di soffocare.











