di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 14 dicembre 2024
Le offese e le minacce che ha subìto l’avvocato difensore di Filippo Turetta, come le minacce e l’ambiente ostile che deve sopportare l’avvocato che difende Dominique Pelicot ad Avignone in Francia, indicano, in gravissimi processi, quanto diffuse siano nell’opinione pubblica l’incultura e la violenza. Queste vicende, emblematiche di un fenomeno che va ben oltre i due casi ed è favorito (non creato) dalla disponibilità dei social per gli “odiatori da tastiera”, possono essere commentate dal punto di vista della logica, delle regole, del valore del processo; del processo penale in particolare.
Nel processo penale la difficoltà del giudizio è sciolta da regole, che sono fondamentali. In assenza di esse la decisione del giudice sarebbe spesso impossibile o si tradurrebbe in un grave azzardo. Si tratta della presunzione di non colpevolezza fino alla condanna definitiva, da cui deriva la regola che porta il dubbio a vantaggio dell’imputato, nonché della regola di valutazione delle prove che, per una condanna, richiede che l’imputato risulti colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio.
Giusta è tanto l’assoluzione quanto la condanna, purché l’una o l’altra sia l’esito adeguatamente motivato di un processo equo secondo la legge. Contestare in radice gli argomenti del pubblico ministero o sollevare dubbi è compito dell’avvocato difensore. La difesa, come stabilisce la Costituzione è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Come afferma la Corte europea dei diritti umani l’avvocato, intermediario tra l’imputato e il tribunale, occupa, con i conseguenti diritti e doveri, un posto centrale nell’amministrazione della giustizia. Il giusto processo si svolge nel contraddittorio delle parti, nella formazione e nella valutazione delle prove. Importante è riconoscere l’effetto di irrobustimento delle ragioni svolte da una delle parti nel processo, come effetto della debolezza di quelle che vengono presentate per confutarle.
Ogni argomento - anche il più debole o francamente infondato - è quindi per il giudice utile, anzi indispensabile per la decisione. La quale decisione non è solo quella che decide sulla alternativa “colpevole” o “innocente”, ma anche ognuna di quelle molteplici che portano alla sentenza, di assoluzione o di condanna, a una pena o ad un’altra. Il complesso di tutte queste regole porta ad esiti fisiologici di assoluzioni infondate, pur di evitare quanto più possibile infondate condanne. Piaccia o meno alle opinioni critiche di questa o quella sentenza, tale è l’irrinunciabile punto di arrivo di civiltà del diritto, nel rapporto tra lo statale monopolio della “pretesa punitiva” e la opposta pretesa di libertà della persona imputata. È paradossale che esso venga messo in discussione ed anzi negato quando gravissima è l’accusa.
È frequente da parte di cittadini estranei al mondo della giustizia penale chiedere: ma come si può difendere un colpevole? Una domanda comprensibile da parte di cittadini nel nome dei quali la giustizia è amministrata. Una domanda, tuttavia, frutto della non conoscenza della realtà complessa del processo. Intanto un “colpevole” è da ritenere tale alla fine del processo, non prima o durante. Spesso poi i fatti oggetto dell’accusa di cui l’imputato deve rispondere sono tutt’altro che certi. E la stessa confessione dell’imputato non elimina ogni dubbio. La regola che, nella valutazione delle prove, richiama l’esperienza di ciò che normalmente avviene, anche se detta in latino (id quod plerumque accidit), non dovrebbe essere da sola tranquillizzante. È proprio l’esperienza che mostra come le eccezioni siano parte della (possibile) realtà, anche se non si sa se il caso oggetto del processo ne sia un esempio.
Le prove sottoposte alla valutazione del giudice, poi, sono tutte in qualche grado incerte: testimonianze imprecise e riconoscimenti sbagliati (anche in buona fede) o consulenze e perizie infondate sono all’origine di sentenze a loro volta errate. L’ambiente in cui i fatti si sarebbero svolti incide sulle prove e sulla loro credibilità: la famiglia e le sue dinamiche interne ne sono esempio. Il luogo e il momento del procedimento in cui l’errore ha avuto origine sono vari, anche se -semplicisticamente- tutto finisce poi nella formula dell’errore giudiziario.
Ma la discussione dei fatti non esaurisce l’opera del pubblico ministero, dell’avvocato della vittima parte civile e degli avvocati dell’imputato, per orientare e convincere il giudice. Per il caso di condanna occorre stabilire la pena. Nel processo occorre respingere le grida di fuori, che pretendono pene gravissime: l’ergastolo in particolare, con la sua carica simbolica. È la legge che impone al giudice di considerare la gravità del reato come risulta dalle modalità dell’azione, dal danno cagionato alla vittima, dall’intensità del dolo o della colpa, dalla capacità a delinquere e pericolosità del reo e dai suoi precedenti e condotta di vita. Tutto questo deve accertare e valutare il giudice, aiutato dal confrontarsi degli argomenti del pubblico ministero con quelli degli avvocati. Poiché l’esercizio del diritto alla difesa non è solo a vantaggio e garanzia dell’imputato. È invece anche una insostituibile condizione perché il giudice decida correttamente, per quanto possibile “oltre ogni ragionevole dubbio”. Le minacce agli avvocati e la negazione del loro ruolo colpiscono quindi direttamente anche i giudici e la società per cui operano.










