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di Mario Chiavario

Avvenire, 17 novembre 2024

Non piacciono le sentenze di certi giudici? Presto fatto: si toglie loro la possibilità di pronunciarsi in argomento. Questo, il succo di un emendamento presentato martedì nel corso dell’iter di conversione del “decreto flussi”: se sarà approvato, la competenza a decidere se convalidare o meno il trattenimento di immigrati “irregolari” non spetterà più a sezioni specializzate dei tribunali ma alle corti d’appello. Si dirà: che c’è di scandaloso? Le norme sulle competenze giudiziali non sono giuridicamente intoccabili, sempreché delle nuove regole non si faccia applicazione retroattiva.

È vero, ma il fatto è che in questa caso il cambiamento si prospetta nel bel mezzo di un’infuocata polemica sul merito di decisioni, appunto, di qualche tribunale, concernenti la tormentata vicenda dei trasferimenti di persone in Albania e fatti bersaglio da un coro di politici e media. Come non pensare a una ritorsione e a un ammonimento a chi... non lascia lavorare manovratori e manovratrici? Insomma, non siamo (non siamo ancora?) a quella cacciata alla spiccia dei giudici riottosi, suggerita da un sempre più potente tycoon d’Oltreatlantico.

Però neppure l’attuale contesto nostrano lascia tranquillo chi abbia a cuore - oltreché la sorte di persone “irregolari” ma pur titolari di dignità e di diritti - delicate esigenze di equilibrio istituzionale: non si tace infatti la pretesa di ottenere dai giudici qualcosa che, come “collaborazione’: vada ben oltre quelle esigenze di “lealtà” e di rispetto reciproco più volte raccomandate dalla Corte costituzionale a tutte le istituzioni rappresentative dei più alti “poteri” pubblici e anche in questi giorni ricordate dal Presidente della Repubblica. Si giunge di fatto a contestare ai magistrati una delle loro prerogative essenziali: il diritto-dovere di interpretare le leggi, in particolare alla luce delle norme costituzionali e sovranazionali.

Si bolla poi come eversivo persino l’uso di uno strumento intrinsecamente neutro qual è il “rinvio pregiudiziale” alla Corte europea di giustizia, utilizzato, qui, da un tribunale per avere un punto di riferimento incontestabile sulla legittimità “europea” di quanto definirà del Governo italiano circa i Paesi “sicuri” per un rimpatrio. Orbene, per far valere le sue ragioni il Governo può certo costituirsi davanti a tale Corte, e va benissimo che abbia preannunciato di farlo. E altrettanto legittima è statala sua risoluzione di ricorrere in cassazione per opporsi a un’altra sentenza di tribunale, più drasticamente venuta tout court a disapplicare la normativa italiana in questione.

Perché, però, non ci si è fermati a questi passi e da più parti si è imbastita una vera e propria caccia alle streghe sino ad attacchi ingiuriosi e ad in-timida7ioni a singoli magistrati o a gruppi selezionati ad hoc?

Vi si scorgono segni preoccupanti dell’accentuarsi di una degenerazione, per vero già largamente in atto e non da una parte sola, del costume comportamentale e verbale del nostro personale politico. Chiamata in causa - e in un senso ben più sostanziale di quello dipinto a giustificazione di quegli attacchi - viene ad essere la stessa distinzione tra i Poteri, connotato basilare dello Stato di diritto. E, per reazione, si è così indotti a mettere in secondo piano persino una convinzione pure a sua volta importante. Quella sul bene che farebbe agli stessi magistrati il rinunciare a loro volta alla pretesa di non incontrare, nell’espressione delle loro opinioni, se non gli stessi limiti dei comuni cittadini, dal momento che i poteri che esercitano sono ben più penetranti. Donde l’opportunità di un’attenzione particolarmente rigorosa, circa il linguaggio usato nelle sentenze e più ancora nelle occasioni in cui (forse troppo spesso) sono chiamati a esprimersi sui più vari argomenti. Proprio sicuri che altrimenti non ne venga scossa la fiducia nella loro imparzialità nel momento delle loro decisioni?