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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 16 maggio 2025

Ci sono dei dettagli che davvero spiegano il tutto. Uno di questi è quel che è successo giovedì, a Palazzo Madama. In breve: si votava il calendario dei lavori, perché i gruppi non avevano trovato un accordo. Si sa, anche sul calendario c’è un gioco politico. Fa parte della dinamica parlamentare. Ebbene le opposizioni, tra varie questioni anche non urgenti, hanno chiesto di anticipare l’informativa del ministro degli Esteri su Gaza. E questa non è proprio una richiesta strumentale, visto quel che sta succedendo da quelle parti visto che, tra l’altro, da quando è iniziato il conflitto in Medioriente non è mai svolta una seria discussione in Parlamento.

Lì è in atto, in queste settimane, una gigantesca catastrofe umanitaria che ha raggiunto un punto senza precedenti: l’uso della fame come arma di guerra, che miete vittime tra i civili. E lì è in atto un salto di qualità politico, con l’annuncio di una prossima occupazione dei territori che, anche in questo caso, crea uno scenario senza precedenti, in termini di destabilizzazione dell’area: profughi verso altri paesi arabi, conseguenze per il Mediterraneo allargato, potenziale minaccia terroristica.

Ebbene la maggioranza ha detto di no alla richiesta. E certo c’entra la difficoltà a parlare di Gaza, tema su cui non è mai stata espressa una condanna compiuta ed è evidente un certo imbarazzo che ha a che fare con Israele e col timore di assumere una postura troppo autonoma con Trump. Ma, nello specifico del famoso calendario, c’entra ancor di più la riforma della giustizia. C’è poco da fare: neanche se cade il mondo, si può rallentare un iter a tappe forzate di una riforma, ad impatto simbolico, concepita come una storica resa dei conti con le toghe. L’obiettivo è farla approdare in Aula entro l’11 giugno, arrivare al voto finale entro fine mese anche tagliando i tempi di discussione sugli emendamenti. A quel punto si procede con la “doppia conforme” prevista per le leggi costituzionali (un passaggio alla Camera e al Senato per un sì o un no senza entrare più nel merito), dunque approvazione definitiva entro ottobre. A quel punto referendum confermativo. La fretta è tale che si è deciso di non mettere mano al testo, per non rallentare l’iter desiderato, neanche sui punti in odore di incostituzionalità, come il famoso “sorteggio” dei membri laici del Csm. I “ritocchi” si faranno con legge ordinaria in un secondo tempo.

Insomma, è la priorità assoluta. E questo ci racconta la storia più grande. La riforma della Giustizia è una priorità perché è un “simbolo”, e i “simboli” sono quasi tutto nell’epoca della politica “social”, molto attenta ai propri follower più che al governo e alle sue realizzazioni. A maggior ragione per il populismo che si nutre di un racconto - Donald Trump in questo è un maestro - che agisce su ciò che viene percepito più che sul principio di realtà. Anzi, è un “simbolo” che tiene dentro più piani di racconto. Innanzitutto, quello di un governo che realizza le riforme. Con l’Autonomia che non si farà mai, dopo che è stata azzoppata dalla Corte, e il premierato inabissato (fino a fine legislatura) è l’unica riforma davvero a portata di mano. Anche perché è quella dove la ghirba è meno soggetta a pericoli: sul premierato si rischia, in un eventuale referendum, di fare la fine di Renzi, sull’Autonomia si rischiano i voti al Sud, questa riforma ha l’avversario più debole, visti i livelli di popolarità dei giudici nel paese (mica siamo ai tempi di Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli).

L’altro piano di racconto, appunto, ha a che fare con la cultura del “nemico”, che è un altro classico del populismo, che si nutre della retorica “contro”. Il populista non parla in positivo, non sorride, non invita a vedere il futuro con ottimismo. E non è questione di carattere. Il populista ha una postura marziale per definizione, promette rivoluzioni. C’è sempre un nemico da abbattere o lo spettro di chi trama nell’ombra per impedirle. E dunque il problema non è che l’Albania è un modello che non funziona, sono le toghe che lo rendono impraticabile. Il problema non è la gestione del caso Al-Masri, ma i giudici che “vogliono governare”.

Insomma: non siamo noi che non riusciamo a governare, sono le perfide toghe che ce lo impediscono. Un nemico perfetto. E lo spartito è perfetto perché tiene insieme diverse “tradizioni”, antiche e nuove: il vecchio berlusconismo che praticava impunità e il nuovo trumpismo che, in nome dell’unzione popolare, si sente libero di scardinare qualunque vincolo istituzionale. E infatti è l’unico argomento della maggioranza dove sono convintamente tutti d’accordo. Ed è l’unico punto del programma elettorale non soggetto a variazioni in corso d’opera. Anche perché è a costo zero, non soggetto alle ristrettezze del nuovo patto di Stabilità. Perfetto pure questo.