di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 ottobre 2026
Il presidente Riccardo Turrini Vita chiede un organico autonomo e un fondo proprio: oggi il Garante dipende per personale e risorse dal ministero che deve controllare. Nel 2025 visitato solo un carcere per adulti su cinque. Bagni a vista in 1.111 celle. L’autorità che vigila sulle patrie galere lavora con un ufficio che, per legge, deve pescare almeno venti dei suoi venticinque dipendenti dal ministero della Giustizia. Nel 2025, anche avvicendandosi, vi hanno prestato servizio solo undici appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria. A metterlo in evidenza è il presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Riccardo Turrini Vita, nel saggio che apre la Relazione al Parlamento 2025, presentata il 23 ottobre scorso nella Sala Koch di Palazzo Madama insieme ai componenti del Collegio, Irma Conti e Mario Serio.
Il saggio si intitola “Altre architetture” e confronta il Garante con l’Autorità per l’infanzia, con quella per le persone con disabilità, con il Garante della privacy e con l’Agcom. Il verdetto è severo. L’assetto attuale viene definito “parzialmente adeguato sul piano dei poteri e non adeguato sul piano dei mezzi e delle garanzie organizzative”, e la mancanza di un ruolo proprio del personale è indicata come “la mortificazione più evidente”. Per il funzionamento la legge stanzia 380mila euro l’anno, comprese le indennità del Collegio, una cifra che Turrini Vita giudica “meno che modesta”. Il paragone con l’Autorità per le persone con disabilità, nata nel 2025 già con un ruolo proprio e oggi con fino a quindici esperti, rende l’asimmetria “difficile da giustificare”.
Il presidente riconosce la collaborazione offerta dai ministri pro tempore e rivendica un lavoro che, a risorse date, resta “di alta efficienza”. La struttura però non regge il carico del mandato. Anche con tutti i venticinque posti coperti, se metà del personale si dedicasse alle visite resterebbero dodici o tredici persone per l’intero territorio, quando una singola visita complessa richiede squadre di quattro-sei componenti. Per rendere l’idea c’è un dettaglio contabile che lo mostra bene. Senza capitoli di entrata, l’ufficio ha dovuto più volte chiedere al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di ricevere fondi destinati al Garante e di girarli poi sul capitolo ordinario. Il controllato fa da cassiere al controllore. La proposta è precisa: un ruolo organico tra sessanta e ottanta unità, un fondo autonomo presso la Presidenza del Consiglio, un bilancio sottoposto alla Corte dei conti.
Gli effetti si misurano sul campo. Nel 2025 il Garante ha visitato 41 istituti per adulti su 189, il 21,70 per cento, e 4 istituti minorili su 19. Le residenze sanitarie assistenziali vengono monitorate solo su segnalazione, perché tra le risorse assegnate non c’è alcun profilo medico. Debole anche il seguito delle raccomandazioni: la legge obbliga l’amministrazione che non le accoglie soltanto a motivare il dissenso entro trenta giorni, senza cronoprogrammi né conseguenze. E poi c’è il Viminale. Con una circolare del 6 ottobre 2025 il Dipartimento della pubblica sicurezza ha stabilito che le informazioni sugli interventi di ripristino dell’ordine nei Cpr e il documento sull’uso della forza “non appaiono necessarie allo svolgimento delle funzioni di controllo del Garante”.
Dopo la visita al Cpr di Gradisca d’Isonzo, la Prefettura di Gorizia ha consegnato le statistiche e negato il resto. La Relazione riferisce che nella seconda metà del 2026 il ministero dell’Interno ha cambiato orientamento, dando ragione al Garante.
Bagni a vista e liste d’attesa - Al 31 dicembre 2025 i detenuti erano 63.481 per 51.301 posti regolamentari, di cui 5.244 inutilizzabili. Sui 46.077 posti realmente disponibili la densità media arriva al 137,77 per cento, con la Puglia al 175,14. Le persone con un residuo di pena fino a tre anni sono 24.348; tolti i condannati per reati ostativi, circa 20.452 potrebbero accedere a percorsi alternativi. Il Garante lega la crescita anche a una legislazione che introduce reati spesso poco definiti e aumenta le pene, scelte che, scrive, “non riescono a conformarsi con gli obblighi internazionali e costituzionali sull’umanità della pena”. Nella memoria sul decreto sicurezza del 2025 aveva già segnalato l’indeterminatezza della resistenza passiva, il suo attrito con gli articoli 17 e 21 della Costituzione e l’inserimento del nuovo reato tra gli ostativi.
La sanità è il capitolo più duro. Su 503 reclami e segnalazioni, 129 riguardano la salute. Nel 2025 gli invii urgenti in ospedale sono stati 14.762, e la Relazione parla di tratti che ricordano la “medicina difensiva”. Le visite prenotate saltano perché il nucleo traduzioni e piantonamenti è impegnato altrove. Conti chiede ai presidenti delle Regioni di assumersi la responsabilità di una popolazione detenuta che non gode della tutela sanitaria garantita a chi vive fuori. Le articolazioni per la salute mentale hanno poca capienza e diverse chiusure temporanee: a Livorno 30 posti sono fermi per un cedimento strutturale, a Rebibbia femminile i lavori sono finiti ma l’Asl non ha preso in carico i locali per mancanza di personale sanitario. Intanto 35 persone restano in carcere senza titolo in attesa di un posto in Rems, mentre la lista d’attesa nazionale ne conta 808 e le residenze offrono in tutto 709 posti. Negli istituti minorili i presenti sono passati da 278 nel 2020 a 572 nel 2025.
In 1.111 camere di pernottamento il bagno è a vista, 606 delle quali nel provveditorato di Lazio, Abruzzo e Molise, venticinque anni dopo il regolamento del 2000 che imponeva servizi in un vano annesso. Le aggressioni fisiche agli agenti sono passate da 827 nel 2019 a 2.424 nel 2025. I suicidi sono stati 76, contro gli 84 del 2024. Agli organici mancano 1.915 agenti e 721 amministrativi. Fuori dalle mura restano i liberi sospesi, che la Relazione stima in circa centomila, in attesa per anni che la sorveglianza decida come eseguire la loro condanna.
Il tono si fa tagliente nelle raccomandazioni. A Cuneo i detenuti al 41 bis aspettavano le quattro ore d’aria riconosciute dalla Corte costituzionale nel 2025, e il Garante scrive che l’attesa del direttore “non può ritenersi scusata” dal ritardo delle istruzioni centrali. All’Aquila, dove nelle camere manca l’acqua calda, ricorda che le circolari sui beni acquistabili sono state “largamente disapplicate dalla magistratura” e parla dell’”irrisione cui viene esposta l’Amministrazione”. Sull’affettività, il 13 febbraio 2025 il Garante ha scritto al ministro della Giustizia chiedendo quali misure intenda proporre per attuare la sentenza costituzionale n. 10 del 2024, avvertendo che la mancata esecuzione “potrebbe impingere nella violazione dei diritti”.
Poi l’Albania. Nel Cpr di Gjadër, tra il 12 aprile e il 10 ottobre 2025, sono transitate 192 persone e si sono registrati 88 eventi critici, una cinquantina dei quali tra autolesionismo e tentativi di suicidio. Venticinque trattenuti sono stati dichiarati non idonei alla vita in comunità ristretta, e alcuni avrebbero saputo solo all’arrivo di essere stati portati fuori dall’Italia. Serio ricorda che con la sentenza n. 96 del 2025 la Consulta ha accertato il vulnus alla riserva di legge sul trattenimento nei Cpr, lasciando al Parlamento il compito di colmarlo. Ogni rilievo su Cuneo, sull’Aquila o su Livorno nasce dunque in un ufficio che dipende, per persone e risorse, in larga parte dall’amministrazione della Giustizia, la stessa che quei rilievi li riceve. L’obiettivo, per Turrini Vita, è “trasformare l’indipendenza dichiarata in capacità amministrativa effettiva”. La misura più urgente, scrive, si può adottare “semplicemente ripetendo quanto già fatto per le altre Autorità di garanzia”. Tocca al Parlamento che ha ricevuto la Relazione.









