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di Luigi Manconi

La Repubblica, 28 febbraio 2024

Infine, dopo otto lunghissimi anni, si è tenuta la prima udienza del processo per il sequestro, le torture e l’assassinio di Giulio Regeni, trovato cadavere in una via della periferia del Cairo nei primi giorni di febbraio del 2016. Ora, si tratta di verificare se la sorte di un nostro connazionale ucciso all’estero da un regime dispotico potrà avere un esito giudiziario tale da ottenere verità e giustizia. Ma allarghiamo lo sguardo.

La sorte di Regeni richiama inevitabilmente quella di altre figure di vittime, pur se diversissimi sono i paesi e le circostanze che hanno visto consumarsi le loro tragedie. Mario Paciolla, nato a Napoli nel 1987, svolgeva un’attività di osservatore delle Nazioni Unite in Colombia, con particolare attenzione per l’attuazione dell’accordo tra Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e governo centrale. Paciolla avrebbe appreso alcuni particolari dell’attività di repressione nei confronti delle Farc: cosa che lo avrebbe reso inviso alle autorità e avrebbe determinato contrasti con altri funzionari e operatori delle Nazioni Unite.

Da qui una condizione di stress particolarmente pesante. A luglio del 2020 il giovane decide di tornare in Italia, ma trova difficoltà ad acquistare un biglietto. Riuscirà a farlo ricorrendo alla carta di credito di un familiare e, così, potrà comunicare alla madre il suo imminente ritorno nelle ore successive. Il giorno dopo verrà trovato morto con un lenzuolo legato al collo nella sua abitazione di San Vicente del Caguan.Tantissimi i dubbi sulle circostanze del decesso, molti i buchi neri e le incongruenze nella ricostruzione dei fatti.

L’inchiesta di un giornale locale, El Espectador, documenta puntualmente tutte le contraddizioni e le mille perplessità che tuttora permangono. Ancora più consistenti dopo le risultanze dell’autopsia svolta in Italia. Nonostante le gravi carenze dovute alla maldestra conduzione delle prime indagini, il referto dice alcune cose importanti. In primo luogo che le ferite ai polsi mostrano “segni di reazione vitale”, come se fossero state inferte quando Paciolla era in stato agonizzante; e, soprattutto, evidenziano come “il solco sul collo era stato descritto in modo impreciso, rendendo difficile accertare se c’è stata impiccagione suicida oppure strangolamento omicida”.

Come si vede, questioni di enorme rilievo sotto il profilo scientifico e sul piano giudiziario. Questo ha fatto sì che, nonostante la richiesta di archiviazione da parte della procura di Roma dell’ottobre del 2022, il giudice per le indagini preliminari, nel novembre scorso, abbia disposto nuove indagini.

Purtroppo la scadenza per effettuare queste ultime è ormai prossima, ma nulla può escludere una proroga. La ricerca della verità su una vicenda che presenta tante zone oscure esige che nulla resti intentato. Ancor più perché sullo sfondo emerge uno scenario inquietante. E dunque, come afferma il giurista Francesco Gianfrotta, va approfondita la natura dei conflitti vissuti da Mario Paciolla nei mesi precedenti la sua morte, per cause riconducibili allo svolgimento della missione Onu. Tanto più che (così scrive il gip) “l’audizione di tutti i dipendenti Onu da parte degli inquirenti italiani recatisi in Colombia avvenne alla presenza di un rappresentante dell’Organizzazione su espressa richiesta dell’Ufficio affari legali delle Nazioni Unite”. Dunque, non in condizioni di massima serenità e obiettività.

Parallelamente, nelle scorse settimane, si è avuta una esile notizia positiva riguardante la vicenda di Luca Ventre. Il giudice per le indagini preliminari di Roma ha respinto la richiesta della procura di archiviare l’inchiesta sulla morte del trentacinquenne deceduto a Montevideo il primo gennaio del 2021, disponendo nuove indagini. Ventre muore nell’Hospital de Clinicas di Montevideo, dopo essere stato fermato all’interno dell’ambasciata italiana da agenti del servizio di sicurezza.

Le immagini delle telecamere di sorveglianza della sede diplomatica sono inequivocabili: un agente ferma l’uomo che, scavalcando il muro di cinta della struttura, cerca di raggiungere gli uffici e gli applica una manovra che può definirsi “Codice Floyd” (dal nome dell’afroamericano ucciso a Minneapolis il 25 maggio del 2020).

Ovvero la tecnica consistente nel bloccare il fermato, in posizione prona, con una doppia manovra: un braccio che ne serra il collo e una pressione sulle spalle e sulla schiena. La commissione medica istituita dalla magistratura uruguayana scriveva che l’uomo non sarebbe morto “per soffocamento, bensì per una situazione che ha generato stress psico-fisico che, coadiuvato dal consumo (di cocaina), ha innescato una sindrome iperadrenergica”. Per contro, l’autopsia eseguita dal consulente della famiglia, qualche settimana dopo il rientro in Italia della salma, affermava che “si è trattato di asfissia meccanica violenta ed esterna per una prolungata costrizione del collo che provocò l’ipossia cerebrale dalla quale derivarono il grave stato di agitazione psicomotoria e l’arresto cardiaco irreversibile”.

Ora, a distanza di 14 mesi dalla richiesta di archiviazione, il gip sollecita nuove indagini sulla dinamica e le cause della morte del nostro connazionale. C’è da augurarsi, pertanto, che vi siano tempo e modo di condurre nuove e più scrupolose indagini sulle vicende di Ventre e Paciolla, al fine di sottrarre all’oblio la loro morte. Ne va, oltretutto, della nostra sovranità nazionale. Se questa formula ha un senso, infatti, esso risiede nella capacità dello Stato di tutelare la vita dei propri cittadini, di proteggerne l’incolumità, e, qualora ciò non sia stato possibile, di assicurare loro giustizia.