di Raffaella Stacciarini e Federica Valcauda
stradeonline.it, 24 luglio 2026
Esattamente una settimana fa abbiamo passato la notte davanti a San Vittore perché il fantasma di Enzo Tortora continua ad abitare queste mura. Non è un fantasma del passato: è una domanda che questo Paese non ha mai avuto il coraggio di affrontare fino in fondo. Tortora entrò in carcere da innocente, travolto da accuse inesistenti e da una macchina giudiziaria che arrivò troppo tardi a restituirgli ciò che gli aveva tolto. Da allora sono passati più di quarant’anni. Eppure continuiamo a riempire le celle di persone che una sentenza definitiva ancora non ce l’hanno. Nel cuore della notte, davanti a queste mura, il rumore ferroso di una porta che si richiude rompeva il silenzio come un monito.
Poi una luce rimasta accesa dietro una finestra, piccola e ostinata, quasi a dire che dentro ogni numero c’è un volto, un’attesa, una vita che resiste. Sono stati quei suoni e quella luce ad accompagnare il nostro presidio notturno promosso dall’Associazione Enzo Tortora, Europa Radicale e Nessuno tocchi Caino.
Oggi oltre il 24% dei detenuti italiani è in carcere in attesa di giudizio: più di quindicimila persone che la Costituzione continua a considerare innocenti. A San Vittore sono recluse oltre 1.100 persone in una struttura progettata per 748 posti; nei reparti realmente aperti il sovraffollamento sfiora il 200%, mentre gli atti di autolesionismo superano il migliaio ogni anno. E nel Paese il carcere continua a traboccare: oltre 64 mila detenuti, un sovraffollamento reale del 139%, più della metà dei condannati con pene residue inferiori ai tre anni e quasi sei detenuti su dieci già passati almeno una volta per una cella. Questi numeri raccontano una verità che la politica continua a rimandare: il carcere, così com’è, non restituisce sicurezza, produce recidiva. E una democrazia che accetta di rinchiudere migliaia di persone prima di una condanna definitiva finisce per indebolire se stessa. Per questo siamo rimasti lì fino all’alba: perché la giustizia non può ridursi al rumore di una porta che si chiude.










