sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Mauro Palma*

La Stampa, 10 luglio 2022

Un paio di settimane fa, la Ministra della giustizia, intervenendo pubblicamente, ha sottolineato la gravità di ventisei suicidi avvenuti dall’inizio dell’anno. Oggi i suicidi sono 35, uno al giorno tra il 28 giugno e l’inizio di luglio. L’ultimo l’altro ieri, venerdì 7 luglio, a Sollicciano, dove un detenuto di 47 anni ha deciso di porre fine alla sua vita. Una sequenzialità che scandisce la recente drammatica accelerazione di questo fenomeno che riguarda istituti molto diversi l’uno dall’altro per tipologia, gestione e quotidianità interna, ma accomunati da quel senso di annullamento che il carcere attualmente proietta.

L’Italia nel contesto europeo non è un Paese di molti suicidi. I numeri nella società libera, sebbene alti se si pensa che ognuno di essi riflette una vita, sono tra i più bassi: le 3.989 persone che si sono tolti la vita nello scorso anno rappresentano un tasso di 6,6 ogni centomila abitanti. Solo Cipro e la Grecia hanno un tasso inferiore, mentre Paesi a noi vicini hanno un tasso molto superiore come la Croazia, di quattro volte più alto o la Slovenia, di tre volte.

Nella popolazione detenuta però il tasso sale a 108,6 cioè si moltiplica per più di sedici volte, rispetto a quello delle persone libere. Altrove, sebbene la partenza - cioè il valore nella società libera - sia più basso il fattore moltiplicativo e minore: il carcere incide meno.

Le ragioni di un suicidio sono sempre imperscrutabili e personalissime e bisogna avvicinarsi al tema col dovuto rispetto e senza alcuna volontà di attribuire responsabilità o colpe. Ma l’osservazione degli ultimi dodici casi da parte dell’Ufficio del Garante porta ad alcune evidenze ricorrenti. Molte delle persone che hanno deciso di togliersi la vita erano giovani, quattro di loro avevano meno di trent’anni e solo due più di sessanta. Circa la metà era in custodia cautelare in attesa di giudizio e tra le cinque persone condannate con sentenza definitiva, quattro dovevano scontare pene brevi. Quale può essere dunque un filo comune che tiene insieme una possibile lettura di queste decisioni ultime?

Il carattere ricorrente non è, come si potrebbe pensare, la non sopportazione di lungo periodo detentivo, quanto la percezione di sé stessi come detenuti, la propria auto-rappresentazione di non appartenenza alla collettività in senso largo per il fatto di trovarsi ora al di là di quei muri. Chi si trova dentro ha una percezione di irreversibilità; su di lui e sul suo destino si allunga fin da subito un cono di ombra scura a cui, in molti, non reggono. Il futuro scompare nelle parole ultimative con cui oggi si discute di carcere e di meritevolezza del castigo. Quindi, anche di implicito futuro stigma.

Qui entra in gioco anche il modo con cui fuori si discute di dentro, il linguaggio con cui si commentano eventi anche drammatici, la richiesta di “buttare le chiavi”, l’applauso alle sentenze di ergastolo, il ridacchiare dei social nell’augurare una vita detentiva durissima, quasi non sia sufficiente la privazione della libertà che, invece, è in sé il contenuto della sanzione penale. Il linguaggio è un costruttore di significato quale modellatore non solo del senso comune diffuso, ma anche della propria percezione nel momento in cui si è all’interno di quel mondo che quel linguaggio qualifica nei suoi termini. E che, parola dopo parola, fa crescere fino a oltre sedici quel moltiplicatore di decisioni finali autodistruttive.

Lo stesso immaginario riguarda anche l’aumento del tasso dei suicidi nel personale di Polizia penitenziaria, un dato consolidato negli ultimi anni. Se a una professione che richiede impegno e preparazione viene tolto il sostegno di una rappresentazione diffusa che le dia valore; se al contrario tale professione viene sempre connotata con una dequalificante terminologia del passato che la riduce a mera azione di controllo; se il riconoscimento sociale si restringe solo a qualche parola in particolari occasioni non può stupire che la difficoltà quotidiana, lo stress vissuto e la continua attenzione richiesta retroagiscano anche in una sfiducia nel proprio ruolo e a volte in una profonda depressione.

Eppure in quei luoghi spesso irrispettosi anche dal punto di vista della materialità per chi vi è ospitato e per chi vi lavora, viene svolta una funzione centrale perché la società sappia reagire alle proprie lacerazioni. Perché sappia sempre ricostruirsi, anche dopo eventi drammatici. Non è possibile che, con la nostra disattenzione, si tramutino in luoghi di disperazione.

*Garante nazionale dei diritti dei detenuti