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di Antonio Polito


Corriere del Mezzogiorno, 4 ottobre 2020

 

Per l'ex ministro Nunzia De Girolamo, che si dimise alla notizia dell'indagine, chiesta una condanna a 8 anni e 3 mesi. A volte ritornano. Come degli zombie, da un passato più o meno remoto, riaffiorano brandelli di processi dimenticati, o che credevi finiti, abbandonati, prescritti. Siamo ormai così assuefatti ai processi mediatici, ai giudizi emessi nella fase delle indagini, sulla base di mere ipotesi accusatorie, come se ordinanze di custodia cautelare o provvedimenti del tribunale della libertà fossero già sentenze, che poi quando arrivano al dibattimento sono già morti per l'opinione pubblica, e non fanno più notizia.

Leggendo i quotidiani in questi giorni ho così appreso, con mio colpevole stupore, che il processo a Nunzia De Girolamo per reati che avrebbe commesso nella Asl di Benevento, è giunto alla requisitoria della pm, e che questi ha chiesto una condanna a 8 anni e tre mesi di carcere, roba da criminali incalliti. Il mio stupore dipende dal fatto che mi ero fermato al 2017, quando i giornali pubblicarono la notizia della archiviazione da parte del gip di Benevento. Solo che si trattava solo di una "tranche" (i processi si fanno spesso a tranche, un pezzo alla volta, anche se riguardano la stessa inchiesta), mentre un'altra tranche andava avanti, nonostante che l'ufficio dell'accusa avesse chiesto l'archiviazione; ed è infine arrivata, con un nuovo pm, alla richiesta di otto anni e tre mesi.

Ci sono anche altre ragioni del mio colpevole stupore. Per esempio che i fatti relativi a questa inchiesta risalgano a otto anni fa (una persona indagata portò un registratore con sé a una riunione in casa De Girolamo e ne registrò alcune frasi sconvenienti, e il processo si basa su quelle, nemmeno su un'intercettazione). L'indagine cominciò sei anni fa, e alla notizia la De Girolamo si dimise da ministro. Nel frattempo ha cambiato partito, allora era nel Nuovo Centrodestra, poi era tornata in Forza Italia; inoltre ha cambiato vita, perché non fa più la politica ma il personaggio televisivo. E mi chiedo se sia giusto che a otto anni dai fatti, quando la sanzione politica è già arrivata (le dimissioni), siamo ancora a questo punto, e chissà quando finirà, perché per ora si tratta ancora e solo del primo grado.

Non accade solo ai personaggi pubblici, ovviamente. Questa lentezza della giustizia tiene prigionieri tanti cittadini, innocenti o colpevoli non importa poi tanto, perché è in ogni caso una violazione del dettato costituzionale che dispone la "ragionevole durata del processo". Ma nel caso di un personaggio pubblico, la cui credibilità e il cui lavoro si fondano esclusivamente sulla onorabilità, tanto che il semplice sospetto condusse giustamente l'imputata alle dimissioni dalla carica politica, il danno di una irragionevole durata delle imputazioni colpisce un requisito morale e professionale fondamentale della persona (anche di Piero Fassino è uscita ieri la notizia del rinvio a giudizio per vicende relative al periodo 2010-2015, quando era sindaco di Torino, e il processo comincerà nel maggio del 2021).

Ora noi davvero non sappiamo se la De Girolamo è colpevole, e di che, e se la sua colpevolezza sia stata provata oltre ogni ragionevole dubbio nel processo. E siamo ovviamente convinti che la giustizia non si possa fermare e debba arrivare fino in fondo, e dunque i termini di prescrizione devono essere tali da non impedire l'accertamento della verità. Ma ci sono cose che il cittadino comune non capisce. Per esempio: all'udienza preliminare in corso a Catania per il processo contro

Salvini, la Procura, cioè chi dovrebbe sostenere l'accusa, chiede di archiviare il processo perché il reato di sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti non fu commesso. Però intanto quel processo è già avvenuto davanti al tribunale dell'opinione pubblica, il Senato si è espresso con un voto, e ognuno ha potuto emettere sentenze di condanna o di assoluzione pregiudiziali, emesse in base alle preferenze politiche.

Ecco perché sveltire e semplificare il sistema giudiziario italiano è una urgente necessità. Nel nostro Paese abbiamo bisogno di ripristinare il circuito della fiducia, e questo non può che basarsi sulla certezza del diritto. Anche ai fini della rinascita economica. Come si può presumere, per esempio, che un amministratore o un funzionario pubblico si prenda la responsabilità di una decisione o di una firma quando sa che potrebbe restare impigliato per otto-dieci anni in un processo?

Come ha detto di recente a Cernobbio l'ex ministro della giustizia Paola Severino, il rito accusatorio, di cui celebriamo ormai il trentennale, doveva basarsi su un meccanismo deflattivo che consentisse alla udienza preliminare di ridurre il numero dei casi che vanno a processo, dichiarando il non luogo a procedere quando le prove si rivelano insufficienti. Invece è prevalso un orientamento giurisprudenziale che spinge ad andare al dibattimento anche nel dubbio. Il che ingolfa il sistema, moltiplica i processi e di conseguenza allunga la loro durata, e tiene sospesi per troppo tempo gli imputati nel limbo del sospetto. Attenzione: se lo Stato non è in grado di investire massicciamente nella giustizia, e di riformare le norme esistenti, al fine di deflazionarla, l'esito non sarà un più efficace accertamento della verità, ma la perdita di ogni credibilità del sistema.