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di Riccardo Luna

La Stampa, 24 gennaio 2023

Hanno ragione i genitori di Giulio Regeni ad affermare che la collaborazione dell’Egitto è “inesistente” per le indagini relative alla morte del figlio, rapito, torturato e assassinato al Cairo ormai sette anni fa; e hanno ragione a sentirsi “insultati” per le ennesime promesse di giustizia che il presidente egiziano Al Sisi avrebbe fatto al nostro ministro degli Esteri. Del resto Al Sisi ha fatto le stesse promesse a tutti i nostri ministri degli Esteri dal 2016 ad oggi e nulla è successo. O meglio, è successo il contrario: l’Egitto ha ostacolato in ogni modo il raggiungimento della verità. Ma l’Egitto non è l’unico paese che non sta facendo il possibile perché si scopra la verità sull’omicidio del ricercatore universitario friuliano. Anche gli Stati Uniti d’America sono perlomeno reticenti nel dire pubblicamente quello che sanno della vicenda. Che c’entrano gli Stati Uniti? Secondo un’inchiesta del New York Times, pubblicata il 18 agosto 2017 e addirittura tradotta in italiano qualche giorno dopo dallo stesso giornale affinché tutti in Italia ricevessero chiaro e forte il messaggio, gli Stati Uniti ne sanno moltissimo e informarono il governo italiano allora guidato da Matteo Renzi. Lo informarono del fatto che Giulio Regeni era stato ucciso dai servizi segreti di Al Sisi.

L’affermazione del New York Times era perentoria: “Nelle settimane successive alla morte di Regeni - scrisse Declan Walsh - gli Stati Uniti ricevettero dall’Egitto informazioni di intelligence esplosive: la prova che funzionari di sicurezza egiziani avevano rapito, torturato e ucciso Regeni. “Avevamo prove incontrovertibili della responsabilità ufficiale egiziana,” mi disse un funzionario dell’amministrazione Obama - uno dei tre ex funzionari che hanno confermato le prove. “Non c’era dubbio”.

Su raccomandazione del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, gli Stati Uniti passarono questa loro conclusione al governo Renzi. Ma per evitare di identificare la fonte, gli americani non condivisero i dati originali, né rivelarono quale agenzia di sicurezza pensavano fosse responsabile della morte di Regeni. “Non era chiaro chi aveva dato l’ordine di rapirlo e, presumibilmente, ucciderlo”, mi disse un’altro ex funzionario. Quello che gli americani sapevano per certo, e lo dissero agli italiani, fu che la leadership egiziana era completamente a conoscenza delle circostanze della morte di Regeni. Non avevamo alcun dubbio che questo fosse noto ai livelli più alti, disse l’altro funzionario. Non so se avevano responsabilità. Ma sapevano. Sapevano”.

Tre giorni dopo la pubblicazione di quell’inchiesta, assieme al collega Marco Pratellesi, presentai al governo americano una richiesta di accesso agli atti: ovvero la richiesta di poter leggere le carte che spiegherebbero una volta per tutte “le strane circostanze”, per usare l’espressione del New York Times, della morte di Giulio Regeni. Perché il governo americano avrebbe dovuto darmi quelle informazioni? Perché esiste un istituto chiamato Foia che dà il diritto ai cittadini di avere accesso alle informazioni in possesso di chi governa tranne che in pochissimi casi. Non era questo il caso: il dipartimento di Stato accettò la nostra domanda, rispose che quei documenti erano “sensitive but unclassified”, sensibili ma non segretati, e ci diede una data orientativa per riceverli. Di lì a quache mese. Ma sono cinque anni e mezzo che quella data slitta. L’ultima volta alla fine di dicembre. Cinque anni e mezzo che il governo americano rinvia il suo appuntamento con il dovere di dirci cosa sa della morte di Giulio Regeni. Noi continueremo a chiederglielo.