di Luigi Manconi
La Stampa, 25 marzo 2023
Individuare un nesso filosofico tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e la categoria hegeliana di “Stato etico” può risultare impresa talmente ardua da determinare una vertigine intellettuale. Eppure. Eppure già solo nei primi cinque mesi del governo delle destre - per tacere di prima - sono state numerose le prove di una forte inclinazione della maggioranza verso una idea, magari sgarrupata, di Stato etico.
Si pensi che un importante esponente di Forza Italia, Giorgio Mulè, ha motivato la sua opposizione alla gestazione per altri col fatto che essa “viola non solo la legge dello Stato ma anche le leggi divine”. Se questa è l’opinione e la dichiarazione pubblica di uno tra i più lucidi e anticonformisti membri della maggioranza, figuriamoci gli altri.
E infatti la destra ha voluto che tutto il dibattito sulla maternità surrogata e sui suoi rischi si concentrasse sulla necessità di uniformare le categorie di genitorialità, filiazione, e sessualità a una concezione assoluta e omologante. Quella concezione discende da una precisa prospettiva - propria dell’idealismo assoluto - che considera lo Stato non come una istituzione garante dei diritti degli individui, ma come la più alta manifestazione della vita spirituale della società umana.
Che una tale interpretazione sia ossessivamente presente nella cultura delle destre è confermato da quel richiamo alla classificazione della maternità surrogata come “reato universale”. La fattispecie penale perde, dunque, tutti i connotati richiesti dal diritto contemporaneo - dai requisiti di tempo e spazio per la sua applicazione, fino all’offensività e alla materialità - per diventare qualcosa di assai simile a una interdizione morale o a un monito religioso, come la scomunica o la fatwa.
La stessa tendenza si è rivelata esemplarmente anche nel più recente episodio parlamentare, quando una legge destinata a sottrarre al carcere i minori da 0 a 3 anni ha rischiato di trasformarsi, a causa di un emendamento di Fratelli d’Italia, in una norma per tenere in cella le donne incinte.
Anche qui sembra affermarsi un assoluto etico: la sanzionabilità di un reato (il furto) deve prevalere su ogni altra considerazione, in quanto la punizione non avrebbe una funzione utilitaristica (prevenire la recidiva), bensì il senso di una lezione morale. In ogni caso, l’idea di Stato etico percorre tutta la politica e la comunicazione politica delle destre. Assai significativo il trattamento riservato al tema dell’immigrazione. Sullo sfondo c’è la teoria della “grande sostituzione etnica”: una tesi di incerta origine e dai molti padri che negli anni più recenti si è tradotta nel fantomatico “piano Kalergi”, secondo cui l’arrivo di centinaia di migliaia di persone in Europa sarebbe l’esito di un disegno elaborato dalle élite politiche ed economiche dell’Occidente per importare forza-lavoro a basso costo e dare vita a una nuova “popolazione meticcia” debole e manovrabile.
Resta il fatto che il riferimento a un simile progetto, unitamente alla formula “genocidio del popolo italiano” è frequente nella prosa di Matteo Salvini e in quella di Giorgia Meloni che più volte ha parlato di “prove generali di sostituzione etnica in Italia”. Dunque, quella dell’immigrazione non viene affrontata come una gigantesca questione di natura economica, demografica, sociale e culturale, bensì come il frutto di un complotto internazionale e come - ecco il punto - un attentato allo Stato, ai suoi fondamenti etici, alla sua unità spirituale.
Tutti elementi che la destra di Meloni trasferisce sul concetto di “nazione”, fin quasi a identificare quest’ultima nello stesso Stato. Ne consegue una visione organicistica e corporativa della società e delle sue istituzioni. Ed è così che l’idea dello Stato etico si esprime anche in una lettura della storia nazionale dove il regime fascista - esecrabile, ma “per alcuni versi”... - finisce per trovare cittadinanza e una qualche continuità ideale nel tempo.
Di conseguenza non stupiscono alcune implicazioni più ordinarie e sgangherate di quella concezione nella sua applicazione quotidiana. Quando il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara esclama: “Evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità”, non commette una gaffe della quale altrettanto maldestramente si sarebbe poi scusato.
Piuttosto esprime limpidamente il suo pensiero, preceduto, non a caso, dall’elogio della “stigmatizzazione pubblica”. Forse è esagerato scomodare una nozione imponente come quella di Stato etico per simili corbellerie, ma l’ispirazione è sempre la stessa. Stigmatizzazione e umiliazione sono espressioni, entrambe, di un apparato culturale moralistico in cui la trasgressione, la devianza, l’illecito sono intesi come peccati da emendare, più che come comportamenti critici e, nel caso, da sanzionare. Più come offese alla sostanza morale della società e dello Stato che come atti da prevenire e contenere.
Si comprende, quindi, anche il senso della proposta di legge del viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli (di Fratelli d’Italia), finalizzata a ripristinare il carcere per gli atti osceni in luogo pubblico, qualificandoli come reato e non più come mero illecito amministrativo. L’attenuante prevista è per coloro che abbiano provveduto a tenere al riparo dal pubblico, attraverso “l’appannamento o la copertura dei vetri” (c’è scritto proprio così!), quegli atti osceni commessi all’interno di un’autovettura. Se vi sembra che, in tal modo, il possente concetto di Stato etico venga abbassato al livello delle commedie porno-soft degli anni 70 (con Lino Banfi e Barbara Bouchet quali eroi eponimi), vi garantisco che la colpa non è assolutamente mia.











