di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 20 ottobre 2026
È in atto un processo di irrisione e delegittimazione degli organismi internazionali e delle autorità scientifiche. La reazione scomposta di Donald Trump e Benjamin Netanyahu all’assegnazione del Nobel per la pace a Navy Pillay non è un incidente di percorso, né soltanto l’ennesima manifestazione del narcisismo politico dilagante. È l’ultimo atto di una deriva riassumibile in una formula drastica: la verità non c’è più. O meglio: non esistono più luoghi riconosciuti in cui la verità possa venire cercata, discussa, accertata. Se il Comitato di Oslo decide diversamente da quanto preteso, il problema non è la decisione ma il Comitato stesso: delegittimato, irriso, accusato di parzialità. Non si contesta un giudizio; si nega il diritto di giudicare.
Non che la verità sia mai stata un affare semplice. La storia umana è attraversata dalla lotta per stabilire “il vero”, con tutte le sue implicazioni normative e di potere. Per secoli la verità è stata custodita e amministrata da autorità religiose o politiche che ne rivendicavano il monopolio. Le guerre di religione che insanguinarono l’Europa nascevano da qui: da verità assolute che non tolleravano discussione.
La modernità si e sviluppata come tentativo di trovare un rimedio a questo problema. Non abolendo la questione della verità, ma addomesticandola. L’intuizione fu tanto modesta quanto geniale: rinunciare alla verità ultima, almeno nello spazio pubblico, per costruire verità parziali, provvisorie, ma condivise. Da un lato la verità scientifica, fondata sul metodo, sulla verifica sperimentale, sulla possibilità di essere smentita. Dall’altro la verità giuridica, fondata sul processo, sul contraddittorio, sulla terzietà del giudice. Entrambe incomplete, entrambe rivedibili. Ma entrambe sorrette da istituzioni - università, accademie, tribunali, corti - chiamate a garantire procedure riconosciute da tutti. Il punto non era possedere la verità, ma disporre di luoghi e di regole per avvicinarvisi senza farsi la guerra.
Era un compromesso imperfetto. Sappiamo bene quanto la scienza possa essere condizionata dagli interessi e quanto la giustizia possa essere lenta, ingiusta, piegata. Eppure quel compromesso ha consentito, per un lungo tratto, di contenere il caos. Ha permesso a società plurali di convivere, di discutere, persino di litigare, sapendo che esisteva un terreno comune su cui misurare le proprie ragioni.
Ora questo rimedio sembra in via di rottamazione. Pezzo dopo pezzo, con metodo. Le istituzioni internazionali che nel secondo dopoguerra avevano cercato di estendere quella logica ai rapporti tra gli Stati sono oggi screditate, ignorate, apertamente attaccate. Le Nazioni Unite sono ridotte a un’assemblea impotente. La Corte penale internazionale viene trattata come un nemico da colpire, quando le sue decisioni risultano scomode. Lo stesso accade con la scienza quando contraddice gli interessi del momento, con la magistratura quando indaga, con la stampa quando racconta. Ogni istanza terza diventa sospetta per il semplice fatto di essere terza.
Una tendenza che si accelera con la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale che sforna discorsi plausibili, ben costruiti e convincenti. Ma la plausibilità non è la verità. E quando la produzione di testi, immagini e voci diventa illimitata e a costo quasi nullo, la capacità collettiva di distinguere il vero dal falso vacilla.
Siamo dunque in un passaggio decisivo. Già da tempo la verità era scivolata verso la rappresentazione: vero era ciò che colpisce, ciò che attira l’attenzione, ciò che conquista l’audience. La società dello spettacolo prima, e quella delle piattaforme poi, avevano già spostato il criterio dalla corrispondenza ai fatti all’efficacia dell’immagine. Ma la rappresentazione conservava ancora un residuo di relazione con i fatti.
Oggi anche questo residuo si consuma. Alla verità come rappresentazione subentra la verità come affermazione. È vero ciò che viene affermato da chi ha la forza di imporlo. Non serve più convincere: basta dichiarare, ripetere, minacciare. E chi ha la forza di affermare sono le oligarchie economiche che controllano le infrastrutture digitali e le autocrazie - conclamate o in via di formazione - che controllano gli apparati politici e militari. La verità torna a essere, come prima della modernità, un attributo del potere. Con una differenza: oggi quel potere dispone di strumenti di persuasione e di sorveglianza senza precedenti.
Un bel problema. Perché senza un terreno comune di verità non ci sono ne pace ne democrazia possibili: il confronto si riduce a scontro, il dissenso a tradimento, la critica a ostilità. E perché, una volta smontate, le istituzioni della verità non si ricostruiscono per decreto. Richiedono fiducia, tempo, pratiche condivise. La domanda che abbiamo davanti non è allora soltanto come difenderci dalle menzogne dei potenti, ma come ricostruire luoghi - educativi, scientifici, giuridici, civili - in cui la ricerca della verità torni a essere un’impresa comune e non il privilegio di chi comanda.









