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di Massimo Giannini

La Stampa, 18 aprile 2022

Nella Pasqua di passione e di sangue il clangore delle armi è rotto solo dalla voce di Francesco: “Signore, converti al tuo cuore i nostri cuori ribelli, perché impariamo a seguire i progetti di pace; porta gli avversari a stringersi la mano, perché gustino il perdono reciproco, disarma la mano alzata del fratello contro il fratello, perché dove c’è l’odio fiorisca la concordia”.

Mai preghiera è apparsa più giusta e più inutile di questa. Mentre il suo elemosiniere si inginocchia di fronte all’abisso delle fosse comuni di Bucha, dove la polvere della terra si confonde con la polvere dell’uomo, il Papa di Roma invoca pace in una Via Crucis che tutti ascoltano ma che nessuno seguirà. Le sue parole si perdono vane nel vento della Storia, perché ormai qui parlano solo le armi. E come ha scritto Lucia Annunziata, le armi dicono la crudeltà degli eserciti, la gratuità degli eccidi, e soprattutto l’implausibilità di una tregua già sepolta sotto la sabbia, insieme ai corpi dei civili innocenti.

La sporca guerra è di Putin, che ne porta tutte intere la colpa e la vergogna. E questa guerra, come annuncia il segretario di Stato americano Blinken, può durare anni. Anche dieci, secondo il ministero degli Esteri britannico. Anche venti, secondo l’ultimo aggiornamento del Pentagono ai membri del Congresso. Ormai la stanno combattendo tutti, a vario titolo e in forme diverse. Ciascuno attore, materialmente e idealmente, deposita la sua pallottola nel teatro di guerra. Allargandolo a dismisura, anche oltre la fragile quinta ucraina che ora torna a separare l’Est e l’Ovest. Ormai non è più solo lo sterminio dei cittadini “giustiziati” con un colpo alla nuca e le mani legate dietro alla schiena, da Kramatorsk a Kharkiv, o lo stupro delle donne, la tortura dei bambini.

Quelli sono ordinari film dell’orrore già visti nei reportage di Anna Politkovskaja dalla Cecenia tra il 2004 e il 2006, quando i funzionari dell’Fsb russa trasformati in squadroni della morte le confessavano “facevamo finta di dirigerci oltre il confine di Magas e invece poi tornavamo indietro per finire tutti quelli che avevamo arrestato”.

Adesso il vero punto di non ritorno del conflitto è l’ingloriosa fine del vecchio incrociatore Moskva. Con i russi che in un moto di comicità involontaria negano l’affondamento ad opera dei missili Neptune, ma allo stesso tempo annunciano “conseguenze imprevedibili” contro l’Occidente. Con gli americani che inviano a Kiev un altro miliardo di dollari di mezzi militari, dai 18 cannoni Horowitzer ai droni kamikaze Switchblade. Con Putin che intensifica i bombardamenti a Kiev e telefona al principe saudita Salman, “mandante morale” del massacro del giornalista Kashoggi, per favorire “un ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali”.

Con Zelenski che continua a chiedere carrarmati all’Alleanza Atlantica e teme “un’offensiva nucleare”. Con Boris Johnson che spedisce nella capitale ucraina le sue forze speciali, per addestrare l’esercito regolare all’uso dei razzi anti-carro Nlaw. Con Magda Adersson e Sanna Marin che, come la Penelope alla guerra di Oriana Fallaci, sono pronte a rinunciare a settant’anni di neutralità e a portare la Svezia e la Finlandia nella Nato. E con la Cina che schiera truppe navali sullo stretto di Tapei, nelle stesse ore in cui una delegazione bipartisan di senatori Usa incontra il presidente Tsai Ing-Wen.

Ormai è davvero “la fine della pace”. E il 24 febbraio l’inizio di un nuovo secolo, dove tra gli “imperi” non regnano armistizi ma tregue intermittenti e sempre più armate, mentre tra i Paesi satelliti regna l’obbligo di schierarsi. È un cambio d’epoca. In questi decenni di guerre ne abbiamo viste diverse: secondo “Armed Conflict Location & Event Data Project” se ne contano 59 in corso. Dalla Nigeria (1.363 morti) alla Siria (1.037 morti). Dall’Iraq (267 morti) allo Yemen (5.099 morti). Dalla Birmania (3.846 morti) al Sudan (1.364 morti).

Per non dire del conflitto indo-pachistano e ora anche di quello israelo-palestinese. Ma dal 1945 in poi ci eravamo anche illusi di aver trovato un obiettivo condiviso: l’idea di un “declino della guerra” e la tensione verso una “nuova pace”, come la definisce Yuval Noah Harari. Non più come casualità statistica o sogno da figli dei fiori, ma come conquista progressiva della civiltà contemporanea, suffragata persino dalle scelte di finanza pubblica (nella media degli ultimi dieci anni, le spese militari degli Stati sono scese al 6,5 per cento dei loro bilanci, a vantaggio delle risorse indirizzate all’istruzione, alla sanità e all’assistenza sociale).

Ora tutto è cambiato. Stiamo precipitando in fretta nel gorgo di una doppia “militarizzazione”. C’è una militarizzazione degli Stati. E la prova - molto più che nelle baruffe chiozzotte tra i 5Stelle di Conte e il governo Draghi sull’aumento delle spese militari fino al 2 per cento del Pil - sta nella svolta storica della Germania, dove il mite Scholz investe 100 miliardi di euro in armamenti e rompe un tabù tedesco che pareva imperituro e inviolabile. Comincia l’era del riarmo, e questo riguarderà pro-quota non solo l’Europa, non solo l’Occidente, ma il pianeta intero. Lo esigono i bisogni di sicurezza degli Stati (equamente distribuiti, dai Balcani all’Artico e dal Mediterraneo al Pacifico). Lo pretendono i budget del “complesso militare-industriale” (principalmente americano, come insegnò Dwight Eisenhower nel ‘61, ma non solo americano).

Ma c’è anche una militarizzazione del pensiero. Riprendo il filo dei ragionamenti sviluppati da Maurizio Maggiani sul nostro giornale. Solo in Italia si gioca il penoso campionato delle curve ultrà, i filo-russi contro gli anti-russi. Solo nel Belpaese impazza la caccia rancorosa e ossessiva al virus putinista, officiata da maitre-a-penser che sdottoreggiano su cattedre per lo più auto-attribuite e poi escono a cena. Solo nei talk show, social network e giornali tricolori si praticano tamponi a strascico per capire chi l’ha contratto e chi no.

Non sto parlando delle ubriacature mediatiche (Orsini e i suoi vaneggiamenti sui bambini) o delle impuntature ideologiche (l’Anpi e i suoi veti d’antan alle “bandiere della Nato”). Sto parlando di tutti gli altri. Ormai basta dire che l’Europa ha il dovere morale di raccogliere la richiesta d’aiuto di Zelensky, e sei subito “un maggiordomo di Biden”.

Per contro, basta sostenere che dopo la Caduta del Muro l’Occidente si è illuso della sua autosufficienza, e sei subito “l’utile idiota di Putin”. Come scrive Maggiani, i nostri “intellettuali” sembrano reclamare soltanto “un posto di rilievo nello stato maggiore”. Con ardore e furore, cercano i trasgressori della “consegna morale del patriottismo”. Di fronte alla guerra, non c’è tempo per pensare. “E’ il momento della semplicità, perché semplice è la questione: o con noi, o contro di noi”.

Dobbiamo dire no a questa “militarizzazione del pensiero”. Che ha finito per travolgere persino la Via Crucis di Bergoglio. Anche lui “colpevole di equidistanza”, per aver voluto riunire sotto l’unica croce di Cristo una donna ucraina e una donna russa. Persino questo, nel Venerdì di Pasqua, è sacrilego agli occhi dei nostri “venerati maestri” con l’elmetto. Da laici, avremmo tanti dubbi e tante domande da rivolgere al Capo della Chiesa.

A che serve pregare di fronte a tanto orrore, Santo Padre? Perché non va a Kiev, a levare le braccia al cielo per fermare le bombe? Ma accusarlo perché fa il Papa - incarnando la “teologia” contraria a un potere che ci impone la guerra, di cui ha scritto Vito Mancuso ieri - questo è troppo. È rimasto solo lui, a invocare la pace. Oltre il soglio di Pietro, i potenti della Terra hanno ormai smesso di farlo.