di Liana Milella
La Repubblica, 19 giugno 2024
Contro lo stravolgimento del governo Meloni con la separazione delle carriere, la magistratura attua una strategia sul lungo percorso che viene sminuita come segno di debolezza. Se giudici e pm scioperano, anche per un solo giorno, allora fanno notizia. Con lo strillo ovunque, siti, giornali e tv. Se invece non scioperano lì per lì, ma pianificano una reazione assai più complessa e di lunga durata, visto che la battaglia parlamentare sulla separazione delle carriere sarà assai lunga, allora si beccano l’accusa di essere dei “conigli” tremebondi.
Perché un’adesione scarsa all’eventuale astensione - come avvenne a maggio del 2022 con il 48% di adesioni contro il “fascicolo della toga”, una sorta di schedatura a fini punitivi - sortirebbe solo l’effetto di metterli in evidente difficoltà. La stampa di destra li minimizza. Ed enfatizza invece i pettegolezzi sulle divisioni interne. Anche se proprio i magistrati di destra, quelli di Magistratura indipendente, sono durissimi contro questa riforma, come dimostra l’intervista a Repubblica del segretario Claudio Galoppi.
È davvero singolare la reazione mediatica contro le toghe alle prese con la separazione delle carriere. Che neppure Berlusconi era riuscito a condurre in porto e che adesso manda in Parlamento il governo Meloni. Non fa notizia a meno che i giudici non scendano in strada. Per giunta i magistrati non si dividono. E già questo toglie appeal ai fan dello scontro. Parlano con una sola voce. Basta ascoltarli. Considerano la separazione un gravissimo e irreparabile vulnus. Una riforma dal sapore chiaramente vendicativo. Come cittadini sono offesi alla sola idea che si possano sorteggiare i componenti del Csm. Certo, tra di loro c’è chi - come la piccola corrente di Articolo 101, oppure il consigliere del Csm Andrea Mirenda con i suoi sostenitori - è convinto che ci voglia il sorteggio “contro” le correnti. Era ed è tuttora la loro reazione contro gli accordi sulle nomine e il caso Palamara. Ma forse non riflettono a sufficienza sul disastro ben più grave di cittadini italiani, gli unici, privati del diritto riconosciuto dalla Costituzione, quello del voto. Un obbrobrio. Ma tant’è.
Adesso, per la magistratura italiana, la questione è un’altra. Perché la separazione delle carriere non è una leggina qualunque, ma una rivoluzione. Che tocca soprattutto i cittadini. E le toghe non hanno affatto bisogno di misurare la loro forza e il loro consenso popolare solo con il metro dello sciopero. Della serie, se lo fanno sono forti; se non lo fanno sono deboli. E in questo secondo caso - è il mantra della destra - vuol dire che gli italiani non stanno dalla loro parte. Un’argomentazione insidiosa e distruttiva. Che arriva proprio dalla stessa destra che vorrebbe addirittura vietare ai giudici anche la possibilità di riunirsi in un convegno dicendo liberamente quello che pensano. Vedi gli attacchi del ministro Guido Crosetto contro i dibattiti di Area a Palermo e di Magistratura democratica a Napoli.
Mai che questa destra citi, a mo’ d’esempio, i giudici di Unicost e di Magistratura indipendente. Eppure fanno convegni anche loro a dozzine, congressi compresi. Ma sono protetti dall’immunità. Stavolta poi le voci di centrodestra - se proprio si vogliono usare tali etichette politiche - firmano la strategia anti governativa contro la separazione. Ecco le voci del segretario generale dell’Anm Salvatore Casciaro e della presidente di Unicost Rossella Marro. Le loro analisi suonano identiche a quelle del presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, toga di Area, dell’ex segretario della stessa corrente Eugenio Albamonte e di quello attuale Giovanni “Ciccio” Zaccaro, e ancora della presidente di Magistratura democratica Silvia Albano e del battagliero Stefano Celli. Ad ascoltali - senza vederli né sapendo il loro nome - non si troverebbero distinzioni.
La riforma delle carriere sta per andare solo adesso alla Camera. Ce ne vorrà di tempo per farla camminare, anche se il solito Crosetto dice a Repubblica che sarà la prima legge costituzionale ad andare avanti. Addirittura prima del premierato tanto caro a Meloni. Chissà poi perché. Forse l’Autonomia fa troppo il gioco della Lega. E il premierato rischia con il referendum. Tant’è che Meloni lo vedrebbe bene pure nella legislatura successiva.
Ovviamente c’è tempo anche per la separazione delle carriere. Renzi insegna, meglio non scherzare. Proprio per questo le toghe si attrezzano per un cammino che inevitabilmente sarà lungo. Allo sciopero si arriverà, ma solo al momento opportuno. E per la prima volta nella storia ipotizzano non uno solo, ma più scioperi. Ma le novità sono ben altre. L’utilizzo dei social, proprio quello che il centrodestra vorrebbe inibire. E infatti spiano le singole toghe costringendole di fatto a non usare quello che qualsiasi cittadino utilizza. Un modo per isolarli e impaurirli.
Ma loro guardano oltre. Ecco Albamonte lanciare i Comitati per il No. Un No alla separazione delle carriere che rende pochi e potentissimi (molto più di oggi) i pm, spinti inevitabilmente verso l’esecutivo. Un’obbligatorietà dell’azione penale in pericolo. Quindi i cittadini stessi in pericolo. Meno sicuri mentre la corruzione dilaga. Perché magari il Parlamento, dettando le linee guida dell’azione penale, potrebbe decidere che bisogna privilegiare i reati di strada e mettere in secondo piano quelli dei colletti bianchi. In combutta con le mafie. Il mantra delle toghe sarà semplice: la separazione delle carriere non è una riforma contro la magistratura, ma contro tutti gli italiani.










