di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 20 giugno 2024
Ci stiamo di nuovo innamorando dell’atomica? Pare di sì, a leggere l’ultimo rapporto annuale del Sipri che da sempre fotografa la situazione delle armi nucleari nel mondo. “Come ho imparato ad amare la bomba”, diceva l’immortale dottor Stranamore nell’omonimo film di Stanley Kubrick. Eravamo al culmine della Guerra Fredda, gli anni della crisi di Cuba e della costruzione del Muro di Berlino, quando i negoziati sul disarmo atomico erano ancora di là da venire. Poi si aprì l’era della distensione, gli accordi sulla limitazione e perfino la riduzione reciproca degli arsenali nucleari di Usa e Urss. E per un breve momento, complici Regan e Gorbaciov alla fine degli Anni Ottanta, sognammo perfino un mondo liberato dagli ordigni dell’Apocalisse.
Non più. Ci stiamo di nuovo innamorando dell’atomica? Pare di sì, a leggere l’ultimo rapporto annuale del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace con sede a Stoccolma, che da sempre fotografa la situazione delle armi nucleari nel mondo.
I nove Paesi in possesso di ordigni atomici (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, India, Pakistan, Nord Corea e Israele) stanno modernizzando i loro arsenali, che attualmente contano insieme 12 mila testate, di cui il 90% è in possesso di Washington e Mosca. “È una dinamica destinata a proseguire nei prossimi anni”, spiega il direttore del Sipri, Dan Smith.
Il dato più allarmante è che 9.500 di queste sono pronte per essere usate. Non solo, nel 2023 oltre duemila ordigni atomici, cioè 100 in più dell’anno precedente, sono stati messi in stato di allarme e montati su missili balistici, la maggior parte in Russia e Stati Uniti, ma per la prima volta anche in Cina: “Pechino - secondo il rapporto - allarga il suo arsenale nucleare più velocemente di qualsiasi altro Paese”. Entro il 2030 Dragone potrebbe disporre di 1.000 testate montate su missili intercontinentali.
Eppure, di fronte alle continue evocazioni sul possibile uso di armi atomiche da parte di Vladimir Putin, imparare dal passato e affidarsi di nuovo alla dissuasione nucleare è probabilmente inevitabile. Non per amore, ma per sicurezza: in fondo, l’equilibrio del terrore garantì mezzo secolo di pace.









