sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Maurizio Maggiani

La Stampa, 30 giugno 2025

Gli orrori del nostro tempo esigono una presa di coscienza collettiva. Provo vergogna, questo è il sentimento che mi domina, provo vergogna per me, per quello che sono. Provo vergogna alzandomi ogni mattino di buon’ora e scoprendomi ancora vivo, in discreta salute, pronto a nutrirmi con abbondanza il corpo e lo spirito di buoni cibi e buone intenzioni intanto che il primo notiziario del mattino mi comunica che nulla di quello che sono, che faccio, che penso, che progetto ha nel frattempo spostato di un solo millimetro il bilancio dell’orrore quotidiano in favore della vita, di una sola vita.

Lo so, potrei alleggerire il carico della mia pena cominciando col vergognarmi di essere europeo munito di regolare e convalidato passaporto dell’Unione; non mi costerebbe niente vergognarmi della vigliaccheria, dell’ignavia, della nullità di ciò che dell’Unione ne resta, mi basterebbe ricordare che da quando la guerra di Gaza si è fatta massacro, carneficina, strage di innocenti, esercizio di sadismo istituzionalizzato, interviene con ferma viltà suggerendo al governo israeliano “moderazione”, con il savoir faire del distinto signore che assiste a uno stupro per strada e con garbo invita alla moderazione lo stupratore. Visto che a suo tempo fui convinto da Enrico Berlinguer a sentirmi più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, mi costerebbe poco e niente vergognarmi del suo segretario generale, Mark Rutte, questa fervida imitazione del dottor Stranamore, al pari del dottore vilmente ossequioso con il comandante in capo.

Trump detta la linea all’Europa - Quel tale Trump, fiero del suo chimico priapismo senescente, che detta all’Unione la legge del più grosso, il più forte è altrove e segue l’antico insegnamento di Sun Tzu secondo cui l’unico esercito alla fine vittorioso è quello che non ha mai combattuto, e cosa volete che mi costi vergognarmi di come l’Unione gli mostri le terga inaugurando una nuova era di diplomazia fallocratica. Per non dire della vergogna di vedermi la crème del progressismo europeo sfilare in composta processione al Pride di Budapest per porre i loro corpi a barriera protettiva del sacrosanto diritto di manifestare della comunità Lgbtq+; questo senza che mai sia passato loro per la testa di porre i loro corpi a difesa del sacrosanto diritto ad esistere del popolo ucraino. Un fatto che non sarebbe passato inosservato agli occhi del mondo che aspira a una pace giusta e duratura il tappeto di illustri corpi steso sull’asfalto davanti ai carri armati russi; e se per disgrazia ci fosse capitato il morto quale morte sarebbe stata più gloriosa, più santa, più affine all’imperativo di pace e giustizia? No, tutto troppo facile, inequivocabilmente auto assolutorio.

È di me che devo portare vergogna, perché tutto l’orrore de mondo è me che chiama, e a me che chiede e impone una risposta, a chi pensa di essere umano passabilmente intatto nella sua umanità. La domanda è, sei disposto a vivere nella vergogna? Sei disposto a spalmare la marmellata nella tua fetta di pane mattutino sapendo che in quel momento c’è un bambino sotto tiro di un militare in servizio attivo nell’esercito di un paese a regime democratico, almeno a prima vista, solo perché sta tentando di conquistarsi un pezzo di pane? E non è neppure questa la domanda più imbarazzante, che è un’altra e definitiva, sei capace di vivere nel tempo dell’odio, dell’odio come sistema di governo, come utensile per le relazioni, l’odio come religione, l’odio come gioco di società?

Il diritto di sopravvivere all’orrore - L’odio per l’umano e per ogni altro essere che si oppone al dominio, il dominio che è un dono di Dio, sacrosanto diritto di disporre a piacere di tutto ciò che sia rivendibile a maggior valore, sia un metallo, un’anima, una vita. L’odio che è un dono degli elettori al loro governo, il patrimonio d’odio consegnato dagli elettori americani al loro presidente è di devastante grandezza, ma leggetevi il decreto legge Sicurezza e constaterete quanto ne sia enfio, odio per il difforme, per il disturbatore della quiete ministeriale, per lo straniero, per il prigioniero, per chi mette in dubbio l’ordine governativamente stabilito. Che diritto ho io di sopravvivere a tutto ciò, di salvarmi la pelle campando sulla mia vergogna? Io non sono stato addestrato a vivere questo tempo e in questo modo, non sono stato educato alla viltà, e solo la viltà è la risorsa che mi occorre per sopravvivere.

“Io sono fatta per condividere l’amore, non l’odio” questa è la voce di Antigone, e Antigone che non conosceva la viltà è finita sepolta viva.

Verrà il tempo del giudizio, se ad aprire il Grande Libro degli umani destini non sarà Iddio in persona, ci penserà la Storia. E la Storia non dimentica, non perdona, mai, e a differenza del Dio tende più alla vendetta che alla giustizia, del resto è farina del nostro sacco. Quando sarà aperto il Libro al paragrafo che mi compete, che cosa troverò mai per coprirmi le vergogne? Forse i miei bei discorsi, le mie buone intenzioni, le mie offerte votive, il mio otto per mille, il mio voto? Mi si chiederà come ho saputo oppormi all’odio e io che farò, una conferenza sulla convivenza?

Non si risponde all’odio con le belle parole, ma con il pensiero, e il pensiero o si fa corpo o non è che foglia di fico per nascondere le vergogne. Dove ho posto il mio corpo perché il mio pensiero si facesse azione capace di incidere sulle sorti anche di un solo umano? In quale piaga, in quale cratere di missile, in quale sopruso, in quale menzogna? Isaia, Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova, e io dov’ero? Dove sono le ali del mio pensiero perché facciano barriera al malvagio?

Ah, io ero nel mio giardino. Da parecchie notti converso con un riccio che ha messo casa sotto la macchia di alloro. Lo ha scoperto il gatto Palmiro e ne è nata una discussione che lo ha punto sul vivo; ha imparato a lasciar perdere e ora della sua presenza non gliene importa più niente. A me no, a me interessa, interessa conversare, che non vuol dire parlare, non conosciamo io e lui le nostre rispettive lingue, come non sappiamo praticamente niente di tutto il resto che ci riguardi. Ma conversiamo; conversare, dal latino conversari, trovarsi assieme. Ecco, ci troviamo assieme, sul tardi, quando la luna sta calando e lui ha già condotto la sua caccia al cibo, con un certo successo a constatare la taglia. Io me ne sto seduto sul ceppo del defunto gelso, lui tra le rose a due passi. Ovviamente non abbiamo niente da dirci, ma abbiamo deciso di trovarci assieme, il perché è un mistero che non mi importa di sondare.

Abbiamo evidentemente le nostre buone ragioni per non contendere, quello che è chiaro è che è possibile, è salutare, è conveniente, il nostro ritrovarci mi appare come la conferma quotidiana di un patto, e confermarci è molto importante, al suo cospetto io non ho niente di cui vergognarmi e lui altrettanto. È un po’ come se tra noi due fosse nata una nazione, una microscopica alleanza di esseri liberi e responsabili.

La nazione e la vergogna secondo Marx - E allora mi viene alla mente ciò che ebbe da dire Karl Marx in fatto di nazione e di vergogna, parole che mi suonano come un’inaspettata, singolarissima speranza. Cito per esteso così l’Economist magari se le copia e ci fa uno dei suoi mirabili editoriali. Karl Marx ad Arnold Ruge, marzo 1843. Io viaggio in Olanda. In base ai giornali locali e francesi, la Germania (e qui potete sostituire con chi vi pare, persino con l’attuale sistema liberaldemocratico) è caduta nel fango e vi sprofonda sempre di più. Le assicuro che, benché privi di orgoglio nazionale, si sente lo stesso la vergogna nazionale, specie in Olanda… La nuova scuola è pur servita a qualcosa: l’abito di gala del liberalismo è caduto, e il più ripugnante dispotismo è esibito agli occhi di tutto il mondo in tutta la sua nudità. Pure questa è una rivelazione, benché a rovescio. È una verità che almeno c’insegna la vacuità del nostro patriottismo, la mostruosità del nostro Stato, e a coprirci il viso. Lei mi scruterà sorridendo e mi chiederà: “cosa si è guadagnato con ciò? Mica per vergogna si fa rivoluzione”.

Rispondo: “la vergogna è già una rivoluzione; La vergogna è una sorta di ira contro di sé. E se davvero un’intera nazione si vergognasse, sarebbe come un leone che si china per spiccar il balzo. Lo Stato è una cosa troppo seria per farne un’arlecchinata. Una nave carica di matti spinta dal vento potrebbe forse veleggiar a lungo; ma essa andrebbe comunque verso il suo destino, proprio perché i pazzi non ci crederebbero. Questo destino è la rivoluzione che ci sovrasta.