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di Sergio Labate*

Il Domani, 20 maggio 2025

Nessuno sembra più scandalizzarsi se il presidente di un grande paese occidentale esibisce i suoi affari con alcuni dei paesi più ricchi e meno democratici del mondo. Eppure è proprio in questi suoi viaggi che egli svela l’essenza del suo programma politico: più soldi ci saranno per pochi, meno diritti ci saranno per tutti. Pecunia non olet. Nessuno sembra più scandalizzarsi se il presidente di un grande paese occidentale esibisce i suoi affari con alcuni dei paesi più ricchi e meno democratici del mondo. A maggior ragione se questo presidente risponde al nome di Donald Trump, la cui primitività della razionalità politica è cosa nota: tutto si riduce ad affari - che riguardino gli Stati Uniti o soltanto la sua ditta personale, come spiegava magistralmente Mario Del Pero su questo giornale qualche giorno fa. Ma questo apparente episodio senza troppa importanza ci permette di fare alcune considerazioni più ampie sullo stato di salute delle democrazie occidentali.

Che la politica segua la ricchezza, non è una novità. Vale per Trump e vale per l’ultimo dirigente di un’azienda, che sarà attratto da chi può portargli dei soldi. Non è questo che deve scandalizzare. Ma la funzione della politica non è mai stata semplicemente quella di garantire la circolazione di ricchezza tra i ricchi, piuttosto quella di permette una redistribuzione più ampia. Con una formula, potremmo dire che il compito della politica era quello di permettere - anche tramite il controllo della ricchezza dei ricchi - la persistenza del legame sociale tra classi sociali diversissime tra loro. Perché un super-ricco e un lavoratore povero dovrebbero stare insieme all’interno di un’unica società? La risposta a questa domanda non solo non è banale ma ha richiesto, nel corso dei secoli, un costante aggiustamento del tiro (si veda il bel libro di Guido Alfani, Come dèi tra gli uomini. Una storia dei ricchi in Occidente, 2024).

Per fare solo un esempio, la ricchezza dei ricchi è stata utile in particolari situazioni di crisi economica complessiva della società. Anche questo legittimava l’esistenza di super-ricchi all’interno di una società: il fatto che il loro patrimonio privato fosse in ultima istanza un tesoro cui attingere per redistribuire quando la società rischiava la propria dissoluzione.

Questa funzione correttiva della ricchezza è completamente venuta a mancare negli ultimi decenni: anche in situazioni di crisi estreme come il Covid non sono stati i più ricchi a rimetterci, ma i più poveri e meno tutelati. Le democrazie liberali avevano in qualche modo istituzionalizzato - almeno in forma regolativa e con tutte le finzioni che la storia ci ha consegnato - la separazione tra i potenti e i ricchi, introducendo due principi fondamentali.

Il primo: che la ricchezza non può comprare tutto, perché è anch’essa sottoposta al primato dei diritti. Il compito di chi detiene il potere è innanzitutto quello di garantire i diritti di tutti, non di incrementare la ricchezza di pochi. Per questo gli atteggiamenti di Renzi o di Trump - di coloro che non si fanno problemi a stringere accordi con stati la cui ricchezza proviene anche dal non rispetto dei diritti fondamentali - ci disturbano: perché vengono meno al principio per cui dentro una democrazia moderna i diritti non possono essere barattati con la ricchezza. Il secondo: che i potenti sono tali non perché sono ricchi, ma perché possono controllare i ricchi. È il principio del conflitto di interesse, di cui si capisce immediatamente l’utilità pubblica: il controllore non può essere il controllato e chi possiede il potere (di controllo) non può avere troppi intrecci - almeno formalmente - con i più ricchi.

Si può intuire che il non rispetto di entrambi questi principi segnala una malattia incurabile per le nostre democrazie: se politica e capitalismo finiscono per diventare indistinguibili, il prezzo da pagare sarà la dissoluzione potenziale delle società, per cui i ricchi avranno sempre di più disinteressandosi del destino degli altri e gli altri non capiranno il motivo per rispettare il patto sociale che gli impone di non prendersela coi ricchi. La fine del patto sociale: è questo lo scenario finale che ci attende alla fine del precipizio che abbiamo intrapreso.

Non c’è solo una gravità politica negli intrecci di affari che Trump esibisce senza vergogna. C’è anche una gravità per così dire estetica: una dissoluzione quasi plastica del compito fondamentale del politico di garantire il legame sociale tra classi differenti - il super-ricco e il lavoratore povero uniti sotto la stessa bandiera. Le conseguenze concrete di questo atteggiamento sono note.

Trump si sente investito di un doppio compito che snatura il senso stesso del potere all’interno di una democrazia: da un lato andare in giro per il mondo per incrementare i profitti e i guadagni degli uomini più ricchi - compreso sé stesso; d’altro lato svuotare ogni investimento di denaro pubblico che abbia la funzione di correggere le diseguaglianze e far rispettare i diritti di tutti. Più soldi ci saranno per pochi, meno diritti ci saranno per tutti. Altro che democrazia borghese, qui siamo decisamente dentro un neofeudalesimo sempre più esibito e trionfante.

*Filosofo