di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 settembre 2026
Vincenzo Rucci ha impiegato quasi dieci anni per ricostruirsi una vita dietro le sbarre. Gliel’ha portata via un prelievo di urine eseguito nel giorno sbagliato. Detenuto in regime di Alta Sicurezza, il circuito riservato ai condannati per reati di criminalità organizzata, oggi nella casa di reclusione di Sulmona e prima in quella di Spoleto, Rucci sconta trentatré anni di carcere. L’articolo 27 della Costituzione, terzo comma, dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Nel suo caso quel principio si è scontrato con uno svarione dell’amministrazione penitenziaria mai davvero corretto, nonostante due pareri favorevoli degli organi interni allo stesso carcere.
Da ergastolano, Rucci aveva costruito un percorso che le stesse relazioni trattamentali definiscono fuori dal comune: responsabile della biblioteca a Spoleto, poi ammesso al lavoro all’esterno tramite l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, il permesso che consente ai detenuti meritevoli di uscire dall’istituto per attività lavorative. Per oltre due anni è uscito regolarmente per progetti di pubblica utilità. È andato nelle scuole di Foligno a raccontare agli studenti la propria storia di dipendenza e riscatto, mettendosi a nudo sui rischi dell’alcol e delle sostanze stupefacenti davanti ai ragazzi. Da quelle testimonianze è nato uno scritto autobiografico. Con la compagna sognava di costruire una famiglia in un territorio diverso da quello in cui aveva commesso il reato: una scintilla - come osserva l’associazione Yairaiha - che ha tenuto vivo il suo impegno per anni di detenzione.
Per un ergastolano, un permesso di lavoro esterno come quello previsto dall’articolo 21 non arriva mai per caso: richiede anni di osservazione, relazioni positive, una condotta che l’istituto stesso è disposto a mettere per iscritto. Rucci lo aveva ottenuto e mantenuto per oltre due anni. Poi uno svarione amministrativo ha spezzato tutto quanto costruito in un decennio. Quanto vale un percorso simile, viene da chiedersi, se basta un errore di laboratorio a cancellarlo?
Il beneficio smentito dal Serd - L’accusa mossa a Rucci è precisa: aver violato, durante il lavoro all’esterno, il divieto di assumere alcolici o sostanze stupefacenti previsto dal programma trattamentale. La direzione del carcere di Spoleto ha revocato l’articolo 21 e disposto il trasferimento a Sulmona. Il prelievo che ha dato origine a tutto, però, è stato effettuato in un giorno festivo, quando Rucci non aveva alcun obbligo di rientro dal lavoro esterno. E i risultati del test alcolemico sono stati smentiti da esami successivi condotti dal Serd di Sulmona, il servizio pubblico per le dipendenze patologiche, che hanno escluso la diagnosi di dipendenza alcolica messa agli atti dalla direzione di Spoleto. Il trasferimento, nonostante questo, è rimasto in piedi. Con lui sono saltati il lavoro, i legami familiari, il progetto di ricominciare altrove. Quello stesso lavoro, va detto, non è scomparso: secondo la relazione dell’Ufficio di esecuzione penale esterna di Perugia, di cui si dirà più avanti, il datore che lo aveva assunto durante il periodo di articolo 21 sarebbe ancora disponibile a riassumerlo, a distanza di tempo dalla revoca.
Un primo segnale di apertura è arrivato il 21 gennaio 2026: il Gruppo di Osservazione e Trattamento, l’organismo interno che valuta il percorso rieducativo dei detenuti, si è espresso a favore dell’eventuale ripristino del beneficio presso Spoleto. Non è cambiato nulla. L’associazione Yairaiha ETS segue la vicenda da oltre un anno e ha segnalato il caso più volte, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, alla magistratura di sorveglianza, al Garante regionale delle persone private della libertà personale. L’unica risposta concreta è arrivata sotto forma di una proposta di trasferimento temporaneo al carcere di Terni: il Dap ha accolto solo parzialmente l’appello. Una soluzione che, secondo l’associazione, avrebbe vanificato ogni possibilità di riprendere il lavoro perso e reso ancora più complicati i colloqui per una famiglia già segnata da gravi problemi di salute.
L’11 giugno 2026 Yairaiha ha scritto di nuovo, questa volta direttamente al ministro della Giustizia Carlo Nordio, al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Stefano Carmine De Michele e alla Garante della regione Abruzzo, l’avvocata Monica Scalera, per conoscenza alla senatrice Ilaria Cucchi. La lettera parte da un dettaglio che dice molto sulla durata del calvario: è “l’ennesima lettera” ricevuta dal detenuto, scrive l’associazione, segno di una corrispondenza che va avanti da tempo senza sbocco. Firmata dalla legale rappresentante Sandra Berardi, ripercorre la vicenda e aggiunge un fatto nuovo e durissimo: negli ultimi due mesi Rucci ha interrotto le terapie farmacologiche e ha avviato uno sciopero della fame per manifestare il proprio dissenso verso quella che l’associazione definisce, senza mezzi termini, un’ingiustizia. Alla lettera sono allegate le istanze prodotte dallo stesso Rucci e il referto del Serd di Sulmona. Uno sciopero della fame accompagnato dall’interruzione delle terapie farmacologiche non è un gesto simbolico: è una scelta che espone la salute fisica a un rischio concreto, sommato a un logoramento psicologico di cui la stessa compagna dà conto ai referenti dell’associazione.
La compagna di Rucci racconta a Yairaiha un uomo provato, psicologicamente allo stremo. Dopo trentatré anni di carcere, con alle spalle un percorso che pochi altri detenuti possono vantare e la possibilità concreta di ricostruirsi una vita fuori, Rucci si sente semplicemente inascoltato: chiede di tornare a Spoleto, di riprendere il percorso interrotto per quello che la stessa Yairaiha definisce “un banale errore” della direzione dell’istituto, e di mantenere quei rapporti familiari che l’ordinamento penitenziario indica come uno dei cardini della rieducazione, non come una concessione facoltativa. Le condizioni di salute della compagna, unite a difficoltà economiche, rendono peraltro complicata anche la semplice fruizione dei colloqui visivi finché Rucci resta a Sulmona.
Il via libera che resta sulla carta - Il 29 luglio 2026 il Gruppo di Osservazione e Trattamento è tornato sul caso e ha riaffermato l’ipotesi di ripristinare l’articolo 21 con il trasferimento a Spoleto. A quella valutazione si è aggiunta la relazione socio-familiare dell’Ufficio di esecuzione penale esterna di Perugia, che ha confermato due elementi concreti: la disponibilità del vecchio datore di lavoro a riassumere Rucci e la grave situazione di salute della compagna, unita a quella economica della famiglia. Due pareri favorevoli del Gruppo di Osservazione e Trattamento, a distanza di sei mesi l’uno dall’altro, e una relazione dell’Ufficio di esecuzione penale esterna che certifica lavoro e famiglia pronti ad accoglierlo: non sono bastati.
Il trasferimento a Spoleto non è stato ancora autorizzato. Resta sul tavolo solo la proposta di Terni, già giudicata inadeguata da chi segue la vicenda da mesi. Non si discute qui la responsabilità penale di Rucci, che sconta l’ergastolo da trentatré anni. Si discute di quanto possa reggere un percorso di reinserimento costruito in un decennio quando un errore dell’amministrazione, riconosciuto due volte dagli organi interni allo stesso carcere ma mai tradotto in una decisione, continua a bloccarlo. L’articolo 27 della Costituzione parla di rieducazione. La vicenda di Rucci racconta cosa succede quando quel principio incontra un fascicolo che, da oltre un anno, nessuno ha voluto chiudere.









