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di Elena Stancanelli

La Stampa, 9 luglio 2022

Leggendo il saggio di Manon Garcia, “Di cosa parliamo quando parliamo di consenso, sesso e rapporti di potere” (Einaudi Stile Libero) mi sono imbattuta nel sostantivo himpaty, inventato dalla filosofa americana Kate Manne. Intraducibile, è la combinazione fra il sostantivo “empatia” e il pronome maschile him.

Si riferisce all’accoglienza che spesso ricevono sui giornali, e in generale tra le persone, gli stupratori. Per i quali si hanno sempre pronte attenuanti, si chiede cautela, si è lesti a rovesciare il rapporto tra vittima e carnefice. Secondo Manon Garcia questo avviene soprattutto perché continuiamo a non intenderci rispetto al termine stesso: stupro.

Che, nella testa della gran parte di noi, sarebbe il gesto folle compiuto da una persona malata, un mostro che agisce in maniera incontrollata. Qualcuno che ovviamente, non siamo noi ma l’altro, il reietto, lo sconosciuto, quello che agisce di notte, in un parcheggio, sotto la minaccia di un coltello o di un’arma da fuoco.

Al contrario, scrive Garcia che secondo l’inchiesta Violences et rapports de genre condotta dall’ Istitut National d’études démographiques nel 91% dei casi di stupro o tentato stupro l’aggressione è perpetrata da una persona conosciuta dalla vittima e nel 47% è opera del coniuge o dell’ex coniuge.

Immagino che un’indagine simile condotta nel nostro Paese darebbe un risultato simile. Lo stupratore dunque, non solo non è un emarginato, un disperato escluso dalla società e da una vita sessuale possibile, ma spesso è un amico, un compagno, qualcuno nel quale fino al momento dell’aggressione si riponeva totale fiducia. Come nel caso della ragazza stuprata nel bagno di un locale a Torino e conclusosi, almeno nel secondo grado di giudizio, con un’assoluzione di lui. Il ragazzo e la ragazza (ventenni) si conoscevano da cinque anni e in questi cinque anni si erano dati un paio di baci. Circostanza misteriosamente considerata un’attenuante.

Secondo le dichiarazioni di lui, quello che avviene in una sera del 2019 non è altro che il suo modo, forse un po’ goffo, di cogliere finalmente l’occasione che aspettava da cinque anni. La ragazza, ubriaca, gli aveva infatti chiesto di reggerle la borsa mentre era in bagno e, guarda caso, non solo aveva lasciato la porta socchiusa ma si era trattenuta abbastanza a lungo da rendere evidente che si trattava di un invito. Il ragazzo quindi, secondo quanto dicono i suoi avvocati, semplicemente aveva realizzato che non doveva farsi scappare quell’opportunità. E dunque era entrato. Poco importa che la zip dei jeans di lei sia stata divelta, quel rapporto in sede processuale è stato ritenuto consenziente: assolto.

Sul consenso si sono scritte ormai migliaia di pagine, perché mette in discussione, si insinua all’interno della sessualità di chiunque. Che fine dovrebbe fare l’abbandono, ogni pratica non tradizionale, violenta, se, come accade negli Stati Uniti, il consenso deve essere espresso più volte durante il rapporto e ad alta voce, per evitare ogni ambiguità? Non è forse proprio l’ambiguità l’innesco del desiderio? Già, il desiderio: ma il desiderio di entrambi i partecipanti.

La cultura dello stupro nasce infatti dentro quel pregiudizio insensato secondo il quale alle donne il sesso deve essere estorto. Psicologicamente e quindi anche fisicamente. Perché il desiderio e quindi il piacere femminile sarebbero solo una reazione, peraltro non necessaria, all’assalto del maschio. Le donne godono e desiderano quanto e più degli uomini. In qualsiasi contesto, anche ambiguo, anche violento: purché quella ambiguità e quella violenza corrispondano al piacere di entrambi.