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di Tiziana Maiolo

Il Riformista, 2 agosto 2022

Un suicidio ogni 5 giorni, 25mila persone l’anno in cella senza processo: il rapporto di Antigone potrebbe essere la base di un programma di governo se solo si spostasse lo sguardo sulle prigioni.

L’estate calda del nostro sudore e quella della crisi di governo e delle elezioni anticipate, sono nulla più di noccioline se poste al confronto con l’estate bollente delle carceri.

Il rapporto dell’associazione Antigone potrebbe essere la base di un programma di governo, di un vero governo del cambiamento, se qualcuno dei partiti che si dichiarano garantisti, e che in queste ore paiono molto impegnati a decidere con chi stare o più spesso con chi non stare, ne avesse voglia. E soprattutto se riuscisse a spostare lo sguardo su quel luogo - quello in cui esseri umani vengono messi in cattività da tanti definito come il punto principale su cui si misura la civiltà di un popolo o di uno Stato.

Se un suicidio ogni cinque giorni vi pare poco, provate voi a stare in prigione. Se vi sembrano poche 25.000 persone che ogni anno stanno in carcere senza processo, e metà di loro verrà poi assolta, provate voi a subire questa violenza. Potremmo andare avanti così. Perché l’estate calda del nostro sudore e quella della crisi di governo e delle elezioni anticipate, sono nulla più di noccioline se poste al confronto con l’estate bollente delle carceri.

Per fortuna c’è qualcuno a ricordarci, ogni anno, del dramma di chi sta rinchiuso. Ci sono quelli di “Nessuno tocchi Caino” che ogni 15 agosto, proprio come facevano con Marco Pannella, vanno a verificare le condizioni di vita, o di sopravvivenza, di detenuti e operatori, in diversi istituti penitenziari. E c’è l’associazione Antigone che non manca mai di presentare il proprio rapporto di metà anno. “La calda estate delle carceri” è ben più di una fotografia o di una stanca ripetitiva denuncia, di quelle che durano meno dello spazio di un mattino.

Potrebbe essere la base di un programma di governo, di un vero governo del cambiamento, se qualcuno dei partiti che si dichiarano garantisti, e che in queste ore paiono molto impegnati a decidere con chi stare o più spesso con chi non stare, ne avesse voglia. E soprattutto se riuscisse a spostare lo sguardo su quel luogo -quello in cui esseri umani vengono messi in cattività- da tanti definito come il punto principale su cui si misura la civiltà di un popolo o di uno Stato.

Se il concetto fosse reale, se le condizioni di vita dei prigionieri fossero il metro di misura della civiltà, l’Italia sarebbe il fanalino di coda in Europa. E molto vicino a quei Paesi in cui esiste la tortura. Del resto ce lo ha già detto la Cedu nel 2010, quando ha condannato l’Italia per la violazione del divieto di tortura e di pene inumane o degradanti, proprio per il sovraffollamento e l’angustia delle celle. Cui va aggiunta anche l’esistenza di condanne, come quelle all’ergastolo ostativo, considerate forme di tortura in quanto non consentono vie d’uscita, vere forme di pena capitale mascherata.

I numeri dell’associazione Antigone lasciano poco scampo. E ci costringono a sperare, insieme al presidente Patrizio Gonnella, che il prossimo ministro di giustizia non abbandoni il percorso riformatore avviato da Marta Cartabia. Ma non basteranno le buone intenzioni, ci vorranno anche le donne e gli uomini in grado di attuare una vera svolta. Per le conquiste più banali, prima di tutto. Per quelle cose come il diritto all’acqua e all’aria che noi da fuori neanche consideriamo più come obiettivi da conquistare. Ma ci sono carceri in cui manca l’acqua, e il diritto a bere e a lavarsi, il che vuol dire salute e dignità, è frustrato da razionamento.

E ci sono anche luoghi di detenzione con finestre schermate, in cui la speranza di sopravvivenza ha l’immagine di un ventilatore, per il cui acquisto il ministero ha già dato l’autorizzazione ma c’è sempre qualcosa di burocratico, o a volte di sadico, a impedirne la concretizzazione. Così come la questione dell’affettività. Ci sono Paesi del mondo occidentale che rispettano questo diritto, mentre da noi pare una grande conquista una telefonata al mese, e non parliamo delle videochiamate, che paiono sparite insieme all’emergenza da Covid.

“Una telefonata allunga la vita”, quel fortunato spot pubblicitario parlava proprio di pena di morte, di fucilazione scampata. Qualche minuto di colloquio in più con i propri cari, che si potrebbe concedere almeno d’estate, sarebbe anche qualche suicidio in meno, visto che in carcere ci si toglie la vita sedici volte in più che fuori.

Ma naturalmente quando si parla di carcere si parla di giustizia. Due elementi inseparabili. Non si arriva in carcere senza esser passati dalle mani di un giudice, e soprattutto di un pm. È di lì che nascono i famosi “errori giudiziari”, che spesso hanno poco dell’errore e molto di altre mancanze, che vanno dall’incapacità alla trascuratezza e all’imperizia, fino a quel mondo doloso che va dall’ideologia alla politica e all’esibizionismo del singolo.

Solo 565 risarcimenti per ingiusta detenzione in custodia cautelare nell’ultimo anno non significano che sia questa la percentuale vera sui 24.126 provvedimenti, ma solo che le maglie per ottenere giustizia sono ancora troppo strette. E il fatto che il 34,8% dei detenuti sia accusato o condannato per la violazione della legge sugli stupefacenti (il doppio della media europea) non significa che siamo un Paese di drogati, ma che troppo spesso la magistratura italiana, con una mentalità intrisa di moralismo, confonde il reato con il peccato e sanziona i comportamenti con l’uso della detenzione in carcere trascurando tutte le forme alternative, che andrebbero privilegiate, come disposto dalla legge di riforma dl 2015.