di Silvia Perdichizzi
L’Espresso, 22 dicembre 2023
L’associazione fondata da Flavia Filippi trova aziende disposte ad assumere chi sta in carcere o ne è uscito. Perché lavoro e formazione sono la via maestra per ridare un futuro. “Ho trovato lavoro a oltre 200 tra detenuti ed ex detenuti”. Quando pronuncia quel numero e ripercorre la strada compiuta, Flavia Filippi, giornalista del TgLa7, è ancora incredula. Grazie alla sua associazione, queste persone che rischiavano di restare “segnate” per sempre hanno un lavoro e possono credere in una seconda possibilità.
Una Seconda Chance, come il nome che Filippi ha scelto per una realtà non profit (di cui L’Espresso ha raccontato i primi passi) che fa da ponte tra aziende e carceri puntando sulle agevolazioni fiscali e contributive consentite dalla legge Smuraglia. Il professore e partigiano, scomparso nel 2022, ha voluto infatti una norma che favorisse il reinserimento dei detenuti nella società a partire dal lavoro, riconoscendo alle imprese più attente un credito d’imposta fino a seimila euro l’anno. “Occupandomi di cronaca giudiziaria ho visto tanti sventurati che finiscono dentro per motivi lontani dalla delinquenza” e che spesso “smettono di immaginare un futuro”, racconta Filippi. È stata lei a prendere contatto con l’amministrazione penitenziaria, a bussare alle porte di centinaia di imprese e a rendere in soli tre anni Seconda Chance una realtà del Terzo settore presente nelle carceri di quasi tutta Italia.
Ne è nata una rete che unisce collaboratori - “ancora pochi”, dice la fondatrice che ne sogna almeno uno per ogni città - e aziende come Terna, Istituto superiore di Sanità, Acqua Vera, Gruppo Palombini, Fattorie Della Piana, Conad Nord Ovest. Talora andando oltre la mission originaria e portando negli istituti penitenziari formazione, sport, attività ricreative, educazione ambientale. Poi si accompagnano i detenuti nella delicata fase di ritorno alla vita, quando hanno scontato la pena ma agli occhi del mondo restano criminali.
“Sapevo che sarei finito in cella, era solo questione di tempo”. Gianluca, classe 1992, viene da Tor Bella Monaca, periferia di Roma nota per storie di spaccio. È entrato in carcere a 21 anni, ne parla come se fosse un destino scritto nella sua provenienza che contrasta con quella che la madre definisce “faccia d’angelo”. Parla del fratello a sua volta arrestato, di un’adolescenza difficile vissuta per strada e fatta di piccoli reati, di una famiglia molto povera: alla fine è stato facile cadere nella trappola dei “soldi facili”.
Gianluca non si sottrae alle sue responsabilità. Ma non sopporta che “lo Stato, se sbagli, te fa’ marcì in carcere, te toglie ogni speranza de futuro”. La stessa terribile sensazione di Alessandro, che alle spalle ha un carico pesante: nasce al Laurentino 38, quartiere della Capitale vittima di degrado, in una famiglia legata alla banda della Marranella (costola di quella della Magliana). A sette anni trova il padre impiccato, cresce con un fratello e una sorella cocainomani e spacciatori. Precipita nello stesso inferno e finisce dietro le sbarre: “Avevo perso tutto, ero lacerato dai sensi di colpa per avere lasciato la mia compagna e i miei figli soli, senza nulla”. Dai suoi occhi scendono lacrime.
Poi riprende: “Ho commesso tanti errori, lo so, ma il carcere mi ha tolto del tutto la dignità”. Ciò che accomuna questi detenuti è la rabbia nei confronti di un sistema che, a detta loro, sferra il colpo finale nel momento di maggiore fragilità. Ed è qui che s’inserisce Seconda Chance: ridà speranza, sopperendo troppo spesso alle lacune di un’organizzazione carceraria incancrenita. Come? Batte a tappeto il Paese, trova aziende disponibili ad assumere detenuti. Presenta le agevolazioni previste dalla legge e mette gli imprenditori in contatto con le carceri che, a loro volta, selezionano le figure più adatte alla mansione richiesta.
I detenuti fanno un colloquio e, se tutto va bene, vengono assunti. “Come le persone normali”, dice Gianluca che lavora come cameriere nel Caffè Palombini di Roma. I settori più coinvolti nel progetto sono la ristorazione e l’edilizia. Il filtro dell’amministrazione penitenziaria per molti è una prima garanzia, come nel caso di Roberto Serafini, che - con il socio Roberto Pau - ha preso otto detenuti per Joule, azienda che si occupa della logistica di Conad Nord Ovest. Ma superare il pregiudizio è difficile. Lo conferma Carmelo Basile che nella sua impresa calabrese, la Fattoria Della Piana, ha assunto due detenuti e aspetta il terzo.
“Sono arrivato ai colloqui molto prevenuto, poi ho ascoltato storie strazianti di persone che hanno commesso un errore. Ma chi non ha diritto a una seconda possibilità?”. Basile parla dei suoi lavoratori con orgoglio e sottolinea l’importanza di aver incontrato detenuti già formati. Esigenza intercettata subito da Seconda Chance, che fa entrare negli istituti la formazione con Acer (Costruttori edili di Roma), Ance Toscana, Mulinum di San Floro che realizzerà un panificio nel carcere di Vibo Valentia, Pioda Imaging che aprirà uno stabilimento di grafica in quello di Rebibbia. Dove il famoso gelatiere Andrea Fassi ha tenuto un corso per 25 detenuti e la stilista di abiti da sposa, Chiara Valentini, ne sta per avviare uno da designer.
Ma Filippi vede lungo e, grazie ad aziende e persone di buona volontà, porta nelle carceri corsi di scacchi, teatro, arte, disegno e attività sportive. Technogym, per esempio, dona l’attrezzatura a Reggio Calabria e a Cagliari, Federtennis costruisce un campo da tennis a Rebibbia e Federpallacanestro uno da basket a Secondigliano. “Il nostro è un impegno a tutto tondo”, dice la giornalista. Che però è stanca per un’attività svolta senza sostegno economico e istituzionale. Ma senza mollare, anche quando i detenuti arrivano a fine pena.
Come Antonio, 41 anni, campano, fuori dal 2022. In carcere non ha ottenuto il permesso per lavorare. Oggi vive a Battipaglia e ha un’attività sua: Seconda Chance l’ha messo in contatto con le aziende del circuito per vendere le sue mozzarelle. Gianluca, invece, da fine novembre è libero e Caffè Palombini lo ha tenuto. Alessandro, libero da un anno, continua a fare il muratore presso Icoref. Ora può pensare alla famiglia e permettersi un’auto. Un mese fa ha assistito alla nascita del quarto figlio: Maikol, “scritto come si pronuncia ma con la k”, precisa tra lacrime stavolta di gioia.










