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di Giuseppe Benedetto*

Il Dubbio, 28 ottobre 2026

La stragrande maggioranza dei giovani che hanno partecipato agli scontri di Milano della settimana scorsa erano, secondo i dati della Questura, giovani di seconda generazione nati o cresciuti nell’hinterland milanese. Quei disordini mettono a nudo una frattura sociale. Il dibattito pubblico continua ad affrontare il fenomeno migratorio come un problema di frontiere. Si discute di permessi, quote, espulsioni e si contrappone chi ritiene ogni limitazione una violazione dei diritti umani a chi percepisce ogni nuovo arrivo come minaccia alla sicurezza. Entrambe trascurano però una questione decisiva: il riconoscimento politico e sociale dei figli degli immigrati.

La prima generazione porta con sé la memoria di un altro Paese e delle privazioni lasciate alle spalle. La seconda, cresciuta in una società che sente almeno in parte sua, valuta invece le proprie opportunità allo specchio dei coetanei. Ciò che ai genitori appariva un riscatto può apparire ai figli una condizione segnata da divari e percorsi preclusi. Secondo l’OCSE, nell’Unione europea oltre un giovane su cinque, tra quelli nati nel Paese di residenza da genitori immigrati, percepisce una discriminazione legata alle proprie origini. Il Rapporto INVALSI 2026 rileva inoltre un abbandono scolastico del 12,7% tra gli studenti stranieri di seconda generazione, contro il 6,2% degli italiani. Sarebbe però un errore attribuire queste difficoltà esclusivamente alla società che accoglie o a una presunta incompatibilità tra culture. La società liberale suggerisce una terza prospettiva: il criterio non è quanto una comunità tollera le differenze, ma quanto garantisce a ciascuno la possibilità di sottrarsi ai condizionamenti che possono comportare. Una ragazza nata in Italia da genitori provenienti da una società nella quale la libertà femminile incontra forti limitazioni deve poter scegliere come vivere, studiare, vestirsi, amare. Senza discriminazioni dalla società italiana, ma anche senza imposizioni dalla famiglia o dalla comunità di origine. Non esiste libertà autentica quando l’individuo deve scegliere tra appartenenza e diritti. Per questo né l’assimilazione obbligatoria né la costruzione di società parallele rappresentano una risposta liberale. La prima pretende di cancellare le differenze; la seconda rischia di cristallizzarle. Le culture meritano rispetto quando sono espressioni della libertà delle persone, non quando quella libertà viene sacrificata in nome di tradizioni o precetti religiosi. John Stuart Mill aveva individuato il pericolo della tirannia dell’opinione dominante; Tocqueville aveva avvertito che la libertà può essere compressa dal conformismo. La libertà non è minacciata soltanto dall’esclusione sociale, ma anche dalle appartenenze che pretendono di definire l’identità. Quando la percezione di ingiustizia si consolida può produrre estraneità, risentimento e ricerca di identità alternative. Chiusura comunitaria e radicalizzazione possono così trovare terreno favorevole nel fallimento di un’appartenenza condivisa: non è un destino inevitabile, ma un rischio da non ignorare. La scuola rappresenta il luogo decisivo di questa sfida: deve insegnare, ma anche permettere a ogni giovane di costruire un destino diverso da quello immaginato per lui. Anche la cittadinanza va sottratta alle semplificazioni ideologiche: per chi nasce o cresce stabilmente in Italia, prevedere un percorso certo è coerente con una concezione liberale dello Stato.

La seconda generazione pone dunque alla società europea una domanda: siamo capaci di costruire una convivenza fondata sulla libertà dell’individuo? Per un liberale, il successo dell’integrazione non si misura dal numero di persone che rinunciano alla propria identità originaria, ma da quante possono scegliere, senza costrizioni, quale identità costruire. Una società è veramente libera quando impedisce che l’appartenenza a una comunità diventi il destino di un individuo.

*Presidente fondazione Einaudi