di Alessandro Leone
Il Domani, 5 aprile 2026
I progetti di Voluntary Humanitarian Repatriation dell’Oim sono considerati dagli Stati il volto umano della deterrenza migratori. Ma ci sono criticità che spesso causano fallimenti. “Il mio sogno era l’Europa, ma sono riuscita ad arrivare solo fino alla Libia”. Halimat è una donna nigeriana diventata vittima di tratta. Rimasta incinta durante la traversata, è stata costretta ad abortire e torturata in un centro di detenzione. Tre anni dopo l’inizio del viaggio ha dato alla luce una bambina, nata da una relazione con un uomo che le aveva promesso rifugio ma ha finito solo per sfruttarla sessualmente. Poi è venuta a conoscenza dei programmi di rimpatrio volontario assistito dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim): “All’inizio mi sono rifiutata perché pensavo di poter comunque trovare un lavoro e un futuro ma poi ho cambiato idea. Temevo per la vita di mia figlia”.
Halimat è una delle donne vittime di tratta che hanno usufruito dei programmi di Voluntary Humanitarian Repatriation (Vhr) dell’Oim dai paesi di transito come Libia, Niger e Tunisia finanziati dall’Italia. Rimpatri cosiddetti volontari che in molti preferiscono chiamare soft deportation perché di fatto non esistono alternative: “Il ritorno non è stato volontario. Nessuno mi ha forzato, ma la situazione mi ha lasciato senza scelta”. L’Italia ha investito sui rimpatri volontari principalmente attraverso tre fondi: Africa, migrazioni e premialità. Molti dei progetti sono gestiti dall’Oim: circa 19 milioni e mezzo sono stati stanziati dal 2017 per i rimpatri di 11mila persone dalla Libia; 9 milioni dal 2022 per rimpatriare dalla Tunisia 1.400 persone con altre 2mila previste entro il 2027. Altri progetti coinvolgono il Niger, quasi 11 milioni e mezzo dal 2020, il Sudan e la Costa D’Avorio, circa 5 milioni.
Rimpatriare dai paesi di transito permette agli Stati di giustificare le espulsioni come volontarie agli occhi dell’opinione pubblica e di scavalcare gli accordi bilaterali con i paesi di origine. Ma come sottolinea il rapporto Nowhere But Back dell’Ufficio del commissario dell’Onu per i diritti umani, “i migranti sono costretti ad accettare il rimpatrio assistito” anche perché “gli viene negato l’accesso a percorsi di protezione sicuri e regolari”. Dai rapporti dell’Oim, infatti, emerge che la maggior parte delle persone è stata raggiunta nei centri di detenzione: 6.827 delle 8.928 rimpatriate dalla Libia tra il 2017 e il 2021, 237 delle 239 tra il 2022 e il 2023. C’è anche chi, come Halimat, si rivolge direttamente all’Oim per sfuggire alla trafila di sfruttamento e violenza. La reintegrazione - Quando è partita dalla Nigeria, Glory pensava che avrebbe raggiunto l’Europa in aereo ma presto ha scoperto che sia il viaggio che l’approdo sarebbero stati diversi: “Ci picchiavano, ci stupravano. Il trafficante ha provato in ogni modo a farmi abortire ma non c’era verso. Mi disse che mi avrebbe venduto alle connection house - luoghi di detenzione per recludere le donne nigeriane destinate allo sfruttamento sessuale - ma non volevo prostituirmi. Ho partorito al mio ritorno in Nigeria e dopo un anno l’Oim mi ha contattato per un training”.
Le donne nigeriane fanno parte delle nazionalità più a rischio tratta. In teoria, prima del rimpatrio l’Oim dovrebbe valutare il rischio di re-trafficking, centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Al ritorno, i programmi prevedono un processo di reintegrazione finalizzato all’apertura di un’attività attraverso un sostegno economico e un corso di gestione del business. In uno dei report si cita la reintegrazione di 554 persone, di cui tre donne, provenienti da Bangladesh e Ciad.
Chi è stato ritenuto “idoneo”, dopo aver presentato un “piano di reintegrazione individuale”, ha ricevuto sostegno “in natura” tramite “l’acquisto di beni, il pagamento delle spese mediche etc.”. Tra le proposte lavorative, le più scelte sono l’allevamento e l’agricoltura, seguite dai negozi generici, ma in lista si trovano anche negozi di cosmetica e servizio taxi. Molte di queste attività, però, finiscono per fallire, com’è successo a Glory: “Ora sono tornata al mio villaggio e cerco di prendermi cura di mio figlio, che non ha un padre”, racconta.
Quello che in molti recriminano all’Oim è infatti l’assenza di un’analisi di mercato: “Vengono finanziati progetti destinati al fallimento, oppure più o meno standardizzati per persone che non hanno né le abilità, né la volontà di aprire un business di quel tipo”, sottolinea Adelaide Massimi, project officer dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.
Chi riparte - Nei report del progetto Comprehensive and Multi-Sectoral Action Plan in Response to the Migration Crisis in Libya, finanziato dall’Italia con 20 milioni di euro tra il 2017 e il 2021, si parla di 8.928 persone ritornate, di cui solo 1.574 reintegrate. “Una donna che viene da un contesto marginale è sottoposta a una serie di discriminazioni e di processi di marginalizzazione che non si risolvono con un aiuto economico o con l’affitto di un locale”, ricorda Massimi. Quando possibile, sono le associazioni locali a colmare le lacune dei programmi di reintegrazione, come Girls’ Power Initiative (Gpi), che in Nigeria si occupa delle persone ritornate affrontando prima l’aspetto psicologico e poi capendo con loro quale potrebbe essere l’attività migliore per ripartire, seguita da un monitoraggio di almeno un anno.
Secondo Laura Uwange di Gpi, il sostegno offerto dall’Oim finisce spesso per essere temporaneo senza riuscire a ottenere l’obiettivo alla base dei progetti: rimpatriare le persone ma soprattutto evitare che ripartano. “Molti di loro cercano di risparmiare e dopo un anno vendono l’attività per ritentare il viaggio”, dice. Meloni usa i migranti per vincere il referendum. Ma dietro c’è un trucco











