di Liana Milella
La Repubblica, 14 ottobre 2024
Arriva alla stretta finale la discussione sul nuovo Testo unico. Lo scontro tra i progressisti che lanciano un sistema a punti con un pizzico di anzianità e Magistratura indipendente e i laici di centrodestra che vogliono piena discrezionalità. Coi punti, e un pizzico di anzianità. Oppure come s’è sempre fatto, col bilancino delle correnti. Incredibile, ma vero. Al Csm si sta cercando affannosamente, e con divisioni profonde, come garantire le nomine negli uffici senza che aleggi, o peggio incomba, l’incubo della trattativa correntizia sotto banco. Dal caso Palamara sono passati ben sei anni - deflagrò a maggio del 2019 - e allora stava per cadere tutto il Csm. Lo salvò Mattarella che non credeva in una nuova elezione con la stessa legge ed ebbe in David Ermini un vicepresidente che non muoveva palla se non si consultava con lui. Adesso però sta per diventare realtà la separazione delle carriere che obbliga chi ha il coraggio e la forza di resistere a lanciare un segnale concreto. Della serie, cambiare per non essere cambiati.
Alla Camera la maggioranza insiste su un sorteggio pieno per i togati e uno soft per i laici, che offende i magistrati e la stessa istituzione che li rappresenta. Ve lo immaginate un Parlamento di sorteggiati? Una Consulta con i giudici estratti a sorte? E a quel punto qualsiasi nomina, a partire dai vertici delle polizie, della Rai, delle Authority, affidata al caso? Sarebbe la fine della rappresentatività delle nostre istituzioni. La morte definitiva della politica come entità che garantisce la trasparenza delle scelte. Così si può finire quando ci si ostina a non voler guardare avanti per misurare le conseguenze. Perché se togli una carta dal castello di carte, poi il castello viene giù tutto. In questo momento la carta in gioco è quella dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura italiana.
E la separazione delle carriere assomiglia proprio a quella carta che sta per compromettere inesorabilmente l’equilibrio istituzionale rendendolo precario, come dimostra il recente caso della Consulta e dell’aut aut meloniano su Francesco Saverio Marini. Mentre la grottesca separazione delle carriere avanza verso il primo voto alla Camera: pm separati dai giudici che diventeranno sempre più dei poliziotti; due Csm ridotti ad altrettanti nominifici; l’Alta corte che nasce già lottizzata. Per questo al Csm c’è chi sta cercando di mettere un dito nel buco che goccia dopo goccia rischia di far crollare la diga. L’occasione è quella dei criteri per costruire la carriera di un magistrato e la necessità di riscrivere il Testo unico della dirigenza, una sorta di Bibbia delle regole. Lo impone la legge Cartabia sull’ordinamento giudiziario. Se ne parla da settimane tra contrasti durissimi. Ma ora siamo giunti allo showdown.
Di fronte si aprono due strade, a partire da quella della conservazione ostinata delle “non” regole attuali. E cioè maglie larghe e mani libere per le nomine, senza criteri prestabiliti. Giusto il sistema che finora ha consentito ampie trattative e favoritismi. Sarebbe la conferma che i gruppi sottoscrivono il loro passato e non vogliono sottostare a criteri da rispettare. Se ne fanno promotori i sette togati di Magistratura indipendente, di certo alleati con i sei laici di centrodestra, compreso il vicepresidente leghista Fabio Pinelli. Con il congelamento della poltrona di Rosanna Natoli hanno perso un voto. Ai numeri, in plenum, ne contano 13.
Dall’altra parte ci sono gli innovatori, Area, Unicost, Magistratura democratica, gli indipendenti Roberto Fontana e Andrea Mirenda, 13 anche loro, che mandano in scena il film “le nomine col pallottoliere”. Vogliono rompere con i vecchi schemi e le antiche “pratiche” spartitorie, disegnando uno scenario rigido, basato sui punteggi per ogni attività che la toga compie nell’arco della sua carriera, e con il peso dell’anzianità come dirimente finale quando due profili si avvicinano tanto da far restare la bilancia in equilibrio. Lo teorizza Fontana: “Il sistema attuale consente di nominare chi vuoi, scrivendo poi la motivazione necessaria. Se invece metti regole strette, che puoi anche periodicamente cambiare ma che ti legano le mani, diventa molto difficile forzare e anche lottizzare perché per il giudice amministrativo questa diventa un’autostrada”.
“Può essere un modo per rendere le nomine più leggibili e trasparenti” dice il segretario di Area Giovanni “Ciccio” Zaccaro. Di certo un freno alle trattative sottobanco, perché la somma dei punti non ammette discussioni. Come ricorda l’ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati “io, per mezzo punticino, sono diventato procuratore aggiunto”, ma avanza dubbi su un Csm che “non può rinunciare alla sua discrezionalità”. Tant’è che proprio i consiglieri di Area stanno riflettendo su possibili ritocchi che coniughino criteri rigidi, trasparenza, con un margine residuo di possibile discrezionalità. Ma se in ballo c’è la vita stessa del Csm e della magistratura che autonomamente rappresenta se stessa, e non per casuale sorteggio, un sistema che passo passo segua la vita di un magistrato, con i punti ne scandisca la carriera, e alla fine lo premi, può garantire nomine all’insegna del merito, a prescindere dall’appartenenza. Anche se, ovviamente, nella fase di accredito dei punti qualche giochetto si può sempre fare.
La destra delle toghe e della politica invece paragona questo sistema “a un algoritmo”, e naturalmente lo boccia anche con parole dure, come quelle della segretaria di Mi Loredana Miccicchè e del presidente Claudio Galoppi. Ma dopo tante trattative sottobanco, ancorare le nomine a una severa analisi della carriera di ogni singolo candidato, proprio in questo momento politico di forte aggressione a tutta la magistratura, serve a presentarla agli italiani che credono sempre meno nei giudici come un’istituzione moralmente integra, che ha in sé gli anticorpi per contrastare clientele e carrierismo, ed è soprattutto scevra dal vizietto lottizzatorio che appesta la politica. È una via contrapposta non solo rispetto a chi sfrutta le correnti come un’autostrada da percorrere per garantirsi le promozioni, ma risponde soprattutto al centrodestra che sfregia le toghe escludendo la votazione democratica dei loro rappresentanti per affidarla alla sorte. La prima partita si gioca subito nella storica quinta commissione, quella che a palazzo Bachelet decide gli incarichi direttivi. Il presidente è il laico di Italia viva Ernesto Carbone. Deciso anche a mediare fin dove è possibile per raggiungere un risultato che faccia davvero notizia.









