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di Rita Catalino

L’Espresso, 15 maggio 2026

La segregazione sanitaria è un’emergenza invisibile: centinaia di detenuti invalidi non possono uscire non per decisione di un giudice, ma per l’assenza di servizi territoriali. Mattia Spanò è un trentenne di Cetraro (CS) affetto da gravi disturbi psichiatrici. Nel 2021, durante una crisi psicotica, aggredisce sua madre e viene condannato per tentato omicidio. Il 15 agosto 2025 termina formalmente di scontare la sua pena nel carcere di Arghillà (Reggio Calabria). Però rimane recluso: lo Stato non sa dove metterlo. Solo dopo le pressioni della famiglia e del Garante viene trasferito in ospedale psichiatrico, in attesa che si liberasse un posto in Rems (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza).

La vicenda di Spanò si è risolta, dopo cinque lunghi mesi, con l’istanza di libertà vigilata, da parte della sua legale Angela Cannizzaro, e di soggiorno in una struttura del territorio. Questa storia però non è un caso isolato ma mostra la realtà di molte carceri trasformate in ospizi forzati o in Rsa di necessità a causa delle inadeguatezze strutturali del nostro Paese. È la “detenzione sociale”, che colpisce chi, pur avendo terminato la pena o avendo diritto a misure alternative, resta in cella perché non ha una rete familiare, economica o di strutture sanitarie disposte ad accoglierlo. È un fenomeno diffuso, anche se non ci sono monitoraggi sistematici.

A Torino, nel 2023, un uomo in sedia a rotelle non autosufficiente è rimasto recluso ben oltre la scadenza della pena perché nessuna Rsa sul territorio voleva prenderlo in carico, spaventata dal suo “profilo criminale” o più semplicemente per mancanza di fondi. Sempre a Torino, nel 2024, una donna con schizofrenia e invalidità al 100°%ó non ha potuto lasciare il carcere per mancanza di posti in comunità protette. A Bologna Derouiche Lassad, un giovane tunisino senza fissa dimora con gravi disabilità neurologiche e un ritardo mentale, dichiarato incompatibile con la detenzione, non avendo né un tutore né una casa, è rimasto nel carcere della Dozza. A Monza, un uomo di 49 anni, assolto per incapacità totale di intendere e di volere, è rimasto recluso per mesi perché la Rems di Castiglione delle Stiviere non aveva posti.

Come sottolineato dal Garante Nazionale, siamo di fronte a una “sanitarizzazione” della detenzione, con le istituzioni di prossimità (Comuni e AsI) che abdicano al proprio ruolo di cura e scaricano tutto sul sistema penitenziario. (Cedu) ha definito la detenzione impropria un trattamento inumano e degradante che viola l’articolo 3 della Convenzione. Lo ha fatto in sentenze come Sy c. Italia, quando nel 2022 ha condannato íl nostro Paese per aver tenuto in carcere un uomo con gravi disturbi psichiatrici, nonostante già nel 2019 avesse disposto il trasferimento in una Residenza. L’assenza dei posti nelle Rems è un problema atavico che sta trasformando il superamento degli Opg in un fallimento burocratico.

Secondo quanto riportato da un documento del 2025 del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), i detenuti che avrebbero tutti i requisiti legali per essere trasferiti in una struttura sanitaria, ma restano in lista d’attesa per la mancanza di posti, sarebbero circa 700. Di questi, ben 45 persone risultano essere ancora in carcere.

La questione è strutturale. Il primo problema è il vuoto informativo. In Italia non esiste un monitoraggio permanente e aggiornato dei detenuti con disabilità. L’ultima rilevazione risale all’agosto 2015, quando il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) contò 628 detenuti disabili. Da allora, nessuno ha più tenuto il conto. Secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, “L’assenza di una rilevazione quantitativa e qualitativa segna la differenza. Se non c’è neanche una rilevazione, vuol dire che il tema non è preso in considerazione”.

Per Gonnella non basta sapere quanti sono i disabili: occorre capire quali disabilità portano con sé. Ogni categoria richiede risposte specifiche: un sordo in carcere vive un “isolamento al quadrato” se mancano interpreti Lis o dispositivi visivi per l’ora d’aria. Un detenuto obeso, come nel caso di un uomo detenuto nel carcere di Poggioreale, a Napoli, costretto a spostarsi con un carrello per la spesa, ha bisogni ergonomici e assistenziali totalmente diversi da un paraplegico. Senza dati qualitativi, l’amministrazione penitenziaria continua a usare lo strumento del “piantone”: un detenuto caregiver, spesso non formato e pagato pochi spiccioli.

Il carcere che fa ammalare - L’inadeguatezza degli spazi trasforma la disabilità in una pena nella pena. All’Ucciardone di Palermo un uomo, tetraplegico immobile a letto, vive in una cella di 12 metri quadrati condivisa con altri due detenuti. Secondo la rivista curata da detenuti di diverse strutture carcerarie Ristretti Orizzonti, che riporta la sua storia, si lava con una bacinella e per i bisogni notturni usa una bottiglia di plastica, poiché la cella non ha maniglie né spazi perla sedia a rotelle. L’Ucciardone, su 500 posti, dispone di una sola cella a norma, già occupata da altri due detenuti. Al Pagliarelli, sempre a Palermo, gli ascensori sono guasti da dieci anni, costringendo detenuti ultraottantenni a salire quattro piani a piedi per l’ora d’aria.

A Catanzaro, un uomo in sedia a rotelle ha attuato uno sciopero della fame e dei farmaci per oltre 100 giorni perché un ascensore rotto gli impediva di uscire dalla cella tenendolo di fatto in isolamento. Il disastro è sistemico: con più di 62.000 persone in carcere, in tutta Italia solo 427 celle sono a norma. In 98 istituti (quasi la metà del totale) non ne esiste nemmeno una. In questo contesto di “classi pollaio” dell’esecuzione penale, dove spazi comuni destinati alla scuola, alla vita comune e alla socialità vengono sacrificati per aggiungere letti, la disabilità è gestita come un “fastidio” burocratico. Il quadro che emerge è di un sistema non governato: manca una regia comune tra Ministero della Giustizia, Ministero della Salute e Conferenza Stato-Regioni.

Gli studi scientifici sottolineano che la disabilità non è solo una condizione fisica, ma il risultato dell’interazione tra un deficit e un ambiente ostile. In Italia l’ambiente carcerario non si limita a ospitare la disabilità, ma la produce e la aggrava. Detenuti che entrano in carcere camminando con le stampelle finiscono in carrozzina dopo mesi di mancata fisioterapia. Come scriveva il Garante nazionale in una relazione al Parlamento del 2018, citando Calamandrei, per capire davvero queste vite “bisogna aver visto”.

La stessa citazione è ripresa da Mariano De Santis, protagonista dell’ultimo film di Paolo Sorrentino “La grazia”. Qui uno straordinario Toni Servillo ci accompagna negli ultimi mesi di mandato di un Presidente della Repubblica, importante giurista. Alla fine del film De Santis risolverà i suoi dilemmi etici e morali guardando, “vedendo” quello che c’è da vedere proprio a partire dal parlatorio di un carcere. Andando oltre ìl Codice e i numeri, saranno le persone, quello che hanno da dire e quello che vivono, a portarlo a prendere le sue decisioni. Chissà che la soluzione a contesti disumanizzanti come le nostre R1 carceri non sia davvero a portata di mano, perla politica.