di Laura Berlinghieri
La Stampa, 16 maggio 2025
Appelli, petizioni e cortei. Ma il cooperante veneziano, accusato di cospirazione, resta detenuto nel carcere alla periferia di Caracas. Sei mesi senza Alberto Trentini. Sei mesi senza il cooperante 45enne del Lido di Venezia, detenuto senza alcuna spiegazione plausibile in un carcere a trenta chilometri da Caracas. Era il 15 novembre scorso, quando l’uomo è stato fermato a un posto di blocco insieme al suo autista, lungo la strada tra la capitale e Guasdualito, al confine con la Colombia. Aveva sentito la madre poco prima: è stata l’ultima volta in cui questa donna è riuscita a parlare, anche se solo via messaggio, con suo figlio.
Da allora si sono susseguiti appelli, petizioni, cortei, giorni e giorni di sciopero della fame. L’Italia ha celebrato la liberazione di Cecilia Sala, tornata a casa proprio nel periodo in cui la famiglia rendeva nota la vicenda di Trentini, dopo il lavoro sottotraccia della diplomazia italiana. Ma Alberto è ancora lì. Detenuto nel carcere El Rodeo I, a Miranda, nella periferia di Caracas: circostanza, peraltro, confermata soltanto di recente.
A inizio febbraio, il Venezuela ha dato prova al governo italiano che, in quel momento, Alberto era ancora in vita. Soltanto un paio di settimane fa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha ricevuto, a Roma, la madre di Trentini, Armanda Colusso, e l’avvocata Alessandra Ballerini, che affianca anche la famiglia di Giulio Regeni. Ha assicurato il massimo impegno da parte del governo, perché Alberto possa tornare presto a casa. O, quantomeno, perché vi siano rassicurazioni sulle sue condizioni di salute e siano esplicitati i motivi della sua detenzione. Ma è un enorme groviglio internazionale, che al momento non vede una soluzione.
Nelle parole degli amici, Alberto Trentini vive per aiutare gli altri. Con una laurea in Storia moderna e contemporanea all’Università di Venezia, da subito decide di accogliere la sua vocazione, diplomandosi prima in assistenza umanitaria a Liverpool e, poi, conseguendo il master in Water, sanitation and health engineering a Leeds. Come cooperante, gira il mondo: va in Ecuador, poi in Bosnia, quindi in Etiopia, in Paraguay, in Nepal, in Grecia e infine in Perù. Sempre mosso dal desiderio di aiutare chi ha meno di lui.
Parte per il Venezuela il 17 ottobre 2024, per conto della ong francese Humanity & Inclusion, per portare aiuti umanitari alle persone con disabilità. Ma l’accoglienza, da parte delle autorità locali, è subito ostile: a farlo presente è lo stesso Alberto, in alcuni messaggi alla fidanzata. È a lei che, il giorno prima dell’arresto, confida l’intenzione di dimettersi dalla ong, per sfuggire a questo clima di tensione.
La compagna è una ragazza del posto. E sarebbe proprio lei l’unico, vero legame dell’uomo con il Paese, e non un improbabile disegno cospiratorio contro il regime di Nicolas Maduro, né alcun collegamento con l’intelligence. Eppure, è proprio di cospirazione che il governo venezuelano accusa il cooperante veneziano. Accuse che, in Italia, sono giudicate strumentali. Il 45enne viene fermato il 15 novembre e la sua famiglia viene avvertita la sera del giorno dopo. Centottanta giorni dopo, ancora non ci sono notizie di Alberto Trentini.











