di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 30 gennaio 2026
Cronaca di un suicidio, nel carcere di Padova. Voi cosa fareste se dopo 18 anni in una casa, per quanto umile e anzi proprio brutta e triste, da un giorno all’altro vi sfrattassero e vi costringessero a cambiare alloggio e città, allontanandovi di molti chilometri dai vostri parenti e amici e costringendovi a interrompere qualunque attività avevate in corso? Sarebbe un trauma, uno choc. Forse vi impietosireste di meno se questo esempio lo applicassimo a un detenuto, a una persona in carcere per reati associativi. Forse vi tornerà un po’ di empatia e di pietà umana, però, se vi diciamo che questa persona - un uomo di 73 anni, 40 trascorsi in carcere, 18 al Due Palazzi di Padova - appresa la notizia del trasferimento, si è slacciato la cintura dei pantaloni, l’ha infilata nel collo e nelle sbarre della finestra e si è impiccato.
Si chiamava Pietro Giovanni Marinaro ed era un boss della ‘ndrangheta di Corigliano. Non una bella persona, almeno negli anni di libertà. Che si conclusero nel ‘98, con l’ultimo arresto, a Francoforte, in Germania. Da allora è restato dentro una cella di Padova, senza mai avere un permesso di nessun tipo. Una persona riservata, chiusa, di cui non sappiamo il percorso. Sappiamo solo che lavorava all’interno della struttura in un laboratorio artigianale di cucito dell’Ocv (Operatori carcerari volontari), confezionando borse in tessuto. E che lunedì aveva saputo del trasferimento. Martedì aveva incontrato i volontari della cooperativa, Giorgio Rietti ed Emanuela Bortoliero. Che hanno raccontato a Roberta Polese, del Corriere Veneto: “Era profondamente abbattuto. Ha pianto davanti a noi”. Il giorno dopo ha deciso che non valeva la pena andare avanti. La stessa mattina, 50 volontari avevano deciso di protestare, davanti al carcere, contro l’abbattimento del “modello Padova”, riconosciuto come un unicum per il reinserimento sociale nel panorama penitenziario italiano. Modello che è in progressivo smantellamento. Contro quei trasferimenti hanno protestato anche il cappellano del Due Palazzi, don Marco Pozza, e persino il vescovo, monsignor Claudio Cipolla.
Per Marinaro e altre 22 detenuti era stato disposto il trasferimento negli istituti di Parma, Sulmona, Secondigliano e Catanzaro. Per ragioni di riorganizzazione. C’era un provvedimento del 2015, restato lettera morta, che stabiliva il declassamento del Due Palazzi in carcere di media sicurezza. Dove, cioè, non dovevano stare i detenuti più pericolosi. La norma è restata lettera morta per 11 anni, tanto che Donato Bilancia è rimasto a Padova, fino alla sua morte, arrivata nel 2020 per Covid. Poi, pochi giorni fa, all’improvviso, si è deciso di dare attuazione al provvedimento. Non è l’unico caso. Da settimane Irene Testa, garante sarda delle persone prive di libertà, chiede di avere informazioni su un progetto che prevederebbe la creazione di un polo dedicato alla massima sicurezza, con il trasferimento di detenuti di tutta Italia nei tre istituti della Sardegna. Nei mesi scorsi c’era stato uno spostamento di molti detenuti cosiddetti “giovani adulti” (entrati in carcere da minorenni e tra i 18 e i 25 anni) dal circuito minorile alla sezione penale del carcere per adulti di Bologna, la casa circondariale Dozza. L’idea, dunque, è quella di concentrare in alcuni istituti e in alcune città alcune categorie di detenuti.
È una buona idea? Dal punto di vista organizzativo avrà sicuramente qualche vantaggio, perché rende più facile la gestione e la sicurezza. Ma per le persone costrette a spostarsi, anche di centinaia di chilometri, è un trauma tremendo. Una forma di tortura. Perché allontana dal contesto sociale, se così possiamo chiamarlo: in un carcere ti crei punti di riferimento, i compagni di cella e di sezione, gli stessi agenti, il personale. Ti allontana anche dal contesto familiare: la moglie, i figli, i genitori, che ti potevano venire a trovare in visita perché abitavano nella stessa città o in un luogo vicino, e non potranno più farlo se si crea una distanza di centinaia di chilometri. Il trasferimento, che le associazioni chiamano “deportazione”, ha un altro effetto devastante: interrompe qualunque attività trattamentale, sempre che sia stata avviata. Se uno sta facendo un corso d’italiano, se sta studiando qualche materia, sta imparando un lavoro o facendo un’attività ricreativa qualunque con i volontari che entrano nel carcere, dovrà interromperla. Lasciarla a metà. E ricominciare da capo.
Questo fenomeno dei trasferimenti per esigenze logistiche, o per motivi non specificati, è sempre più frequente. E il sovraffollamento lo aggrava. Il Dap, il dipartimento amministrativo delle carceri, è costretto a smistare i detenuti quando un istituto ha raggiunto una capienza eccessiva e quindi ne prende alcuni e li sposta come pacchi postali, anche più volte. Spesso, le famiglie non vengono avvertite o vengono avvertite molti giorni dopo. Come se entrare in carcere non ti privasse solo della libertà, ma anche dei diritti fondamentali.
I dem Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, e Alessandro Zan, responsabile diritti, hanno protestato: “Lo Stato distrugge in poche ore progetti costruiti in decenni, interrompe attività lavorative, spezza relazioni umane e percorsi riconosciuti e virtuosi. Questa non è una misura di sicurezza: è la cancellazione deliberata della funzione rieducativa della pena”. Il sottosegretario alla Giustizia, il leghista padovano Andrea Ostellari si dice “addolorato”, ma poi aggiunge: “In un momento come questo è doveroso evitare semplificazioni”. In effetti, è tutto molto più complesso. Di semplice, e terribile, c’è solo l’ennesimo suicidio.
Ornella Favero è una giornalista che da anni lavora a un giornale benemerito, Ristretti Orizzonti, e proprio a Padova tiene delle attività. Racconta alla Rassegna: “Sono appena tornata dal carcere. Sono tutti sotto choc. È stata una cosa di una tristezza desolante. Il modo in cui hanno eseguito questa operazione è stato brutale. Quando hanno saputo del suicidio, avrebbero dovuto fermare tutto. E invece hanno caricato le persone come bestie e le hanno fatte sparire. Ancora stamattina mi hanno chiamato delle mogli che non sapevano dove erano stati mandati i mariti”. Favero conosceva Marinaro: “L’ho visto soltanto qualche volta, perché lavorava solo al laboratorio di cucito. Era una persona schiva. Quella per lui era casa. Le persone con cui stava erano famiglia. Non aveva altro. Ti costruisci uno spazio, amicizie, relazioni. Nel giro di due ore te lo vedi distrutto. Ti dicono che sei "partente". Devi mettere tutte le tue robe dentro un sacco della spazzatura, senza sapere dove ti mandano. Dopo 18 anni si deve essere sentito perduto. Non è esagerato dire che questi trasferimenti brutali mostrano la ferocia delle istituzioni”.
“Il modello Padova” sarà smantellato? “Ci sono forti pressioni. L’ex garante Mauro Palma diceva che il volontariato non dovrebbe essere ancillare alle istituzioni. E il nostro a Padova è autonomo e combattivo. Non può piacere a una politica che i detenuti gode a non vederli respirare. Alle istituzioni piace solo il volontariato caritatevole. Per carità, va bene anche quello, ma serve anche una società civile che si mette in gioco per percorsi innovativi, di reinserimento. Ogni settimana a Padova entrano due classi di studenti delle superiori che parlano con i detenuti. Loro raccontano di come sono arrivati al crimine, delle loro vite. Di questi tempi sentirsi raccontare di quanto può essere pericoloso maneggiare un coltello e di dove si può andare a finire è impagabile. È l’attività più bella che abbiamo fatto, il progetto più seguito. Sono preoccupata, spero che non lo rimettano in discussione. Noi combattiamo, ma sono battaglie difficili, logoranti”.










