di Dora Farina
Corriere della Sera, 13 marzo 2024
L’aumento delle denunce al nord e i fallimenti delle risposte alternative al carcere, i minori accompagnati e i motivi delle partenze. Antigone: “La società degli adulti deve decidere che fare dei propri ragazzi”. “Ho fatto due giorni senza mangiare, così ho cominciato a spacciare, ma non è andata come pensavo. Dopo due mesi sono finito in carcere minorile. Adesso sto facendo la scuola di italiano con la professoressa Paola, spero di frequentare la scuola media, così prendo il diploma”. Si conclude così il racconto di J. un ragazzo tunisino che scrive dal carcere per minori di Treviso. Sulle pagine di “Innocenti evasioni”, il giornalino prodotto dall’istituto che accoglie la sua storia, si legge che è venuto in Italia per trovare un lavoro e per aiutare la famiglia.
La storia di J. è anche la storia di tanti suoi coetanei che vivono in carcere: hanno circa 16 anni, sono minori non accompagnati. Le loro famiglie sono in Tunisia, Marocco, Egitto. Sono in carcere in misura cautelare, in attesa di giudizio. Spesso vengono “trattati come pacchi”, trasferiti nelle carceri per adulti. Per loro il sistema di giustizia funziona meno perché non possono contare su reti sociali e familiari esterne. Questo significa solo una cosa: più giovani in carcere, meno possibilità di uscirne. Il titolo dell’ultimo report dell’associazione Antigone - “Prospettive minori” - è una fotografia delle condizioni degli istituti penitenziari minorili (Ipm) in Italia. All’inizio del 2024 infatti sono 496 i detenuti e le detenute nelle carceri minorili italiane: solo nel primo mese del 2024, si è raggiunta la metà delle detenzioni totali dello scorso anno. Il 51,2% delle presenze è straniero.
Perché i numeri aumentano? I numeri dicono che la crescita degli ingressi dell’ultimo anno è da attribuire al maggiore ricorso alla custodia cautelare e alle più frequenti violazioni delle norme sull’uso di stupefacenti, entrambe conseguenza del decreto Caivano. Le misure introdotte lo scorso settembre modificano i criteri per l’ingresso in carcere per chi è in misura cautelare e allo stesso tempo innalzano le pene per lo spaccio di lieve entità. L’associazione denuncia i passi indietro della storia giuridica del nostro Paese che, sostiene, “non meritava le involuzioni normative presenti nel decreto legge Caivano”.
Dal rapporto emerge che sulla giustizia minorile si riflettono tutte le contraddizioni del sistema giudiziario italiano. Da un lato, uno dei principi fondamentali del codice di procedura penale minorile è quello della residualità della detenzione, limitando dunque il carcere a situazioni eccezionali. Dall’altro lato, le modifiche normative dell’ultimo anno si sono basate sulla politica “punire per educare”. Il decreto Caivano infatti, “continuerà ad avere effetti distruttivi sul sistema della giustizia minorile, sia in termini di aumento del ricorso alla detenzione che di qualità dei percorsi di recupero” si legge nel documento.
Più denunce al nord - Seppure il numero delle denunce verso minori sia costante nel tempo, cambia la geografia: si registra infatti un aumento di segnalazioni al nord. I numeri sono contenuti del centro Italia e in decremento nelle isole e nel sud dove ci sono, tra il 2015 e il 2022, ben due mila segnalazioni di reato in meno. I dati sono simili a quelli del 2015 e sono in aumento rispetto al 2020 che però era l’anno del lockdown e del numero più basso di delitti degli ultimi decenni.
Questi dati devono fare i conti anche con la capienza limitata, con effetti sui trasferimenti in istituti penitenziari liberi, che non aiutano il processo educativo. Se si guarda alla collocazione degli Ipm, infatti, viene fuori che sono 11 su 17 si trovano al centro e nel sud.
“Qualche anno fa, quando l’ingresso degli stranieri in carcere era minore, la comunità carceraria era affollata prevalentemente da giovani del sud Italia”, racconta Alessio Scandurra, Coordinatore osservatorio sulle condizioni di detenzione. “Chi dal nord viene trasferito al sud per insufficienza di posti, di solito si inserisce con difficoltà nelle attività, perché sono stati sradicati dalla loro realtà” conclude Scandurra. Al compimento del diciottesimo anno d’età, poi, molti vengono trasferiti nel sistema adulto, lo stesso che nei primi quarantacinque giorni del 2024 ha cumulato già 20 suicidi.
Maranza e mancanza di servizi pubblici - Nell’analisi di quelle che sono le cause del disagio giovanile di chi entra nei circuiti penali, non si può non tenere conto dell’aumento del costo della vita e della privatizzazione di alcuni servizi pubblici. Gli aumenti degli ultimi anni rappresentano un ostacolo all’accesso di una serie di servizi fondamentali (relativi a vitto e alloggio) per le fasce più deboli. Questo senso di frustrazione, soprattutto nelle aree urbane in cui negli ultimi anni vi è stata una crisi del sistema di welfare, “favorisce l’insorgere di condotte devianti, le quali vengono alimentate dalla consapevolezza di avere meno di altri senza che vi sia un’effettiva ragione di fondo”. A questo si aggiunge l’aumento di segnalazioni per rissa, lesioni personali o percosse che vedono coinvolti i cosiddetti “maranza”.
Come spiega l’Accademia della Crusca, il termine è utilizzato “per identificare un certo tipo di ragazzi (meno frequentemente ragazze) accomunati dagli stessi stili d’abbigliamento (ad es. abiti griffati, perlopiù contraffatti), gli stessi gusti musicali (come la trap), e un linguaggio e un atteggiamento talvolta grezzi o volgari”.
Stranieri, minori opportunità - Tra le denunce dell’associazione, vengono prese sotto esame anche le differenze di risposte processuali dei ragazzi italiani e quelle dei ragazzi extracomunitari: questi ultimi hanno minori possibilità. A parità di reato, i minori immigrati sono più spesso condannati, ricevono molto più frequentemente misure cautelari detentive, rimangono per più tempo in carcere, mentre con molta meno frequenza sono destinatari di misure diverse, quali ad esempio il collocamento in comunità-alloggio o in famiglia. Nell’ultimo anno, solo il 20% dei provvedimenti di messa alla prova adottati nel 2023 hanno riguardato ragazzi stranieri.
“Si tratta dei ragazzi detenuti più difficili da trattare” scrive Antigone: “Spesso minori stranieri non accompagnati con disturbi comportamentali, problemi di dipendenze da sostanze, psicofarmaci e alcool, solitudine, violenze subite durante i percorsi migratori”. Adolescenti con vissuti faticosi alle spalle, privi di riferimenti affettivi e poco consapevoli di quanto va loro accadendo. Capita allora che chi entra in carcere con l’accusa di un singolo reato, ne collezioni molti altri (oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, rissa, rivolta), in un circolo vizioso che se non verrà interrotto dall’ascolto e dal sostegno porterà solamente a peggiorare la situazione e far perdere ogni speranza.
Il carcere raccontato da dentro - J. parla in prima persona. Non è semplice parlare di un passato fatto di mancanze, ma grazie all’iniziativa editoriale Innocenti evasioni dell’istituto penale per i minorenni di Treviso ha avuto modo di raccontarsi. Purtroppo il giornalino - autoprodotto dall’Ipm anche nella veste grafica - ha concluso la sua esperienza nel 2012, per lasciare spazio ad altre attività. “Appena arrivato ho pensato solo a fare soldi, così sarei tornato vicino alla mia famiglia velocemente. Ma non è così facile come a parole, perché pensavo di trovare un lavoro velocemente, ma non è andata così: non è facile trovare un lavoro senza documenti. Un po’ di giorni dopo mi ha chiamato mio zio e mi ha detto di andare a lavorare con lui a Parigi, così sono andato e per fortuna ho cominciato subito a lavorare: vendevo vestiti da bambini. Ma dopo un mese ho litigato con mio cugino, così ho pensato di andare a Padova dove c’erano persone del mio paese che conoscevo”. E poi è arrivato lo spaccio.
Minori non accompagnati, perché partono? “Un primo dato riguardante i minori stranieri non accompagnati è che al variare di sbarchi e arrivi nei confini europei, ormai da anni non varia la percentuale che li riguarda, che è costante se non addirittura in crescita tra il 10% e il 15%”, afferma il giornalista Luca Attanasio, autore del libro Il bagaglio: Storie e numeri del fenomeno dei migranti minori non accompagnati edito da Albeggi Edizione.
Secondo i dati ministeriali infatti, al 31 dicembre 2023 risultano presenti in Italia 23.226 minori stranieri non accompagnati, 2.300 minori in più rispetto all’anno precedente. I numeri però non ci danno la misura di chi parte dal momento che mancano quelli di chi perde la vita in mare o nel deserto. “Questi numeri sono enormi e questo ci deve far ragionare sul fatto che questi minori, per la maggior parte ragazzi, viaggiano senza il conforto di un adulto (che sia una mamma, un papà o una persona adulta di cui fidarsi). Se anche il loro fosse un viaggio di piacere, spostarsi da soli sarebbe problematico”.
Il problema, continua Attanasio, sta nel sistema di gestione europeo ed americano del fenomeno: “Non ho il timore a definire questi approcci come una perpetuazione dell’impostazione colonialista. Il motivo? Se io facessi una richiesta di visto per l’Uganda, al massimo dopo sei ore avrei il mio documento. Se una collega volesse fare il contrario, dovrebbe rivolgersi ai trafficanti”. Affrontare un viaggio del genere significa attraversare “il giro infernale del Mediterraneo”, in altre parole, rischiare la vita. Chi sopravvive infatti porta delle “ferite sul corpo e nell’anima” che difficilmente possono essere emarginate. Ma sopravvivere non vuol dire necessariamente vivere: affrontare il viaggio, infatti, comporta il rischio di “essere preda della criminalità organizzata”.
La criminalità, chi non entra “è un eroe” - Perché la criminalità organizzata? “Per diversi motivi”, risponde Attanasio: “Integrarsi è difficile. Secondo la legge Zampa del 2017, si sarebbero dovute mettere in atto tutta una serie di tutele per minori fino ai 21 anni. E invece questa legge è stata totalmente disattesa, tant’è che la presunzione di minore età adesso è totalmente capovolta. A questo si aggiungono gli effetti del decreto Cutro, per cui è stabilito che possano essere trasferiti anche nel carcere per adulti. Generalmente partono a 16-17 anni, ma afghani e bengalesi partono anche prima della media, all’età di 11 anni. “E quando arrivi in Italia ti trovi in una nazione ostile, in cui le maglie della criminalità organizzata sono sempre molto larghe. Molti dei ragazzi che ho conosciuto non ci sono entrati e io li considero eroi perché hanno resistito una maniera incredibile”. Molto spesso infatti il patto di scambio per poter salire a bordo delle imbarcazioni dei trafficanti è accettare di lavorare per loro.
Per abbattere questo fenomeno, “basterebbe rendere legale l’accesso in Europa”. Questo, prosegue il giornalista, “sarebbe una strategia vincente anche per noi: un conto è accogliere irregolari di cui non si conosce nulla, un conto è rendere accessibili visti controllati”. Queste strategie sono possibili, ma si preferisce, secondo Attanasio, “una xenofobia insensata”, probabilmente perché “tutto sommato questo sistema economico-politico ci fa comodo”.
Il fallimento delle alternative al carcere - Per uscire dal circolo del carcere sono necessarie attività stimolanti, che possano essere trovate convincenti e promettenti per la vita futura di questi ragazzi. Uno dei ragazzi detenuti nel carcere di Casal Del Marmo, alle porte di Roma, in una intervista dello scorso mese ad Antigone racconta: “Qua hai tremila risorse: scuola, falegnameria, panetteria. Poi una volta uscito da qui sei abbandonato, ma questa non è una giustificazione perché alla fine sei tu che decidi di fare quello che vuoi fare”.
Sono previste diverse attività anche per il settore femminile, una ragazza racconta che “la giornata tipo inizia alle 7, alle 7.30 c’è l’apertura quindi le celle vengono aperte e siamo in comune. Facciamo colazione e poi iniziano le attività scolastiche. Dopo pranzo, alcuni pomeriggi, ci sono delle attività: il martedì hip hop, il giovedì arti decorative e il venerdì disegno”. La rieducazione forzata infatti non sortisce alcun effetto, dice Scandurra. La rivisitazione delle offerte formative, la possibilità reale di occupazione, lavoro e professionalità, la valorizzazione di tutte le personalità non rappresentano solo dei percorsi di recupero e reinserimento, ma svolgono allo stesso tempo un’azione preventiva dentro e fuori il carcere. “Il cambiamento infatti è un percorso, si costruisce, non si può imporre: è chiaro che qualunque esperienza formativa presuppone un cambiamento. Tutto quello che ti lascia uguale è un fallimento dal punto di vista educativo”. M la riuscita del patto educativo parte proprio da qui: “Questi ragazzi vengono da storie di fallimenti scolastici e inserimenti in comunità che non sono andati bene. Va messo in conto il fallimento soprattutto perché vuol dire che è fallita l’alternativa al carcere”.
Una risposta educativa - “La società degli adulti deve decidere che fare dei propri ragazzi, a partire da quelli più faticosi, disagiati, riottosi alle regole” afferma il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. “Mettere in carcerare un ragazzo o una ragazza è una delle scelte più gravi che si possa fare: significa inchiodarli per sempre a un momento della loro giovane vita. Il carcere dovrebbe essere un’opzione del tutto eccezionale. E invece le nuove norme hanno inteso rompere con una bella storia italiana, che era quella della residualizzazione della risposta detentiva nei confronti dei minori”, continua Gonnella. Più giovani in carcere non significa mancanza di una risposta ai reati, non significa più sicurezza. Una risposta educativa, che faccia ricorso il meno possibile al carcere, risponde alle esigenze della collettività: tutelare.










