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di Linda Laura Sabbadini

La Repubblica, 26 ottobre 2023

Per i dati Istat sono 5,6 milioni nel 2022: 357mila in più rispetto all’anno precedente. E le politiche del governo per aiutarli sono inefficaci. I poveri assoluti, i più poveri tra i poveri, aumentano ancora, 357mila in più nel 2022, per un totale di 5 milioni 674mila. Uomini e donne, italiani e stranieri, al Sud e al Nord crescono. Ma le politiche contro la povertà arretrano. C’è da preoccuparsi seriamente.

Primo, perché l’incremento dei poveri avviene dopo il raddoppio del 2012, l’ulteriore aumento di 1 milione nel 2020, mai recuperati, e con un aggravamento del Sud che già stava peggio.

Secondo. Perché si ampliano le tipologie di soggetti colpiti. Non più solo bambini che mantengono il triste primato (e ci dovremmo vergognare) di incidenza di povertà al 13.4%, 1 milione 270 mila. Non più solo i giovani, che seguono i minori al 12%, in crescita. Aumenta anche la povertà tra gli anziani, specialmente italiani. È vero, hanno una incidenza più bassa della media, 6,3%, ma, attenzione, con le loro pensioni, negli ultimi 15 anni hanno rappresentato spesso un pilastro per le famiglie più giovani a fronte delle crisi, in seguito alla disoccupazione o alla crescita dei lavori precari dei loro figli. Scricchiola il pilastro di aiuto dagli anziani, proprio nel momento in cui cede anche quello pubblico ai poveri.

Terzo. Perché non viene scalfita la povertà minorile, triplicata nel 2012 e da allora mai diminuita. Un bambino che rimane in condizione di povertà a lungo ha un rischio elevato di rimanerci tutta la vita. Non può sfruttare le stesse opportunità degli altri bambini, e cumulerà svantaggi, anno dopo anno, che mineranno le stesse sue capacità di resilienza. Stiamo parlando, soprattutto, dei bambini del Sud, di quelli stranieri specie del Centro Nord, dei bambini figli di operai.

Quarto. Perché cresce la povertà dei giovani, 1 milione 157 mila, che, ricordiamocelo, non hanno ancora recuperato il tasso di occupazione del 2008 e pagano una forte svalorizzazione del loro capitale umano.

Quinto. Perché il lavoro non basta a garantire l’uscita dalla povertà, le famiglie operaie permangono a un livello alto, il 14,7%.

Sesto. Perché è alta la povertà delle famiglie di tutti stranieri (33,2%) e a rischio, conseguentemente, la loro integrazione.

C’era da aspettarselo. Con l’aumento dell’inflazione, che ha colpito le fasce con minore capacità di spesa più delle altre, non poteva che essere così. Il tasso di inflazione per le famiglie del primo quinto della distribuzione della spesa per consumi, le più disagiate, ha toccato punte del 18,6% a ottobre e novembre e in media nel 2022 del 12,1%. La differenza nell’impatto dell’inflazione sulle famiglie a maggiore e minore capacità di spesa è arrivata anche a 9 punti percentuali. E ciò non poteva non trasformarsi in aumento della povertà. I bonus energetici hanno potuto solo contenerne l’incremento di 0.7 punti percentuali, ma non eliminarlo.

I dati sono preoccupanti, perché la povertà aumenta, proprio nel momento in cui diminuisce il sostegno pubblico ai poveri, con la cancellazione del reddito di cittadinanza e la sua sostituzione con misure più inefficaci e che raggiungono una platea più ristretta. Il quadro è complesso e avrebbe bisogno di una strategia di ampio respiro di prevenzione e contrasto della povertà. Quando il governo se ne doterà? Quando il governo riuscirà ad agire con giustizia? Quella vera, quella sociale. Quella economica. Quando finirà di considerare le misure contro la povertà pura elemosina e non strumenti per garantire la dignità delle persone, favorirne il riscatto sociale, contribuendo a un vero sviluppo sostenibile? Nelson Mandela affermava: “Sconfiggere la povertà non è un atto di carità, è un atto di giustizia”. Dovremmo ricordarcelo tutti.