di Luciana Cimino
Il Manifesto, 17 luglio 2025
Separazione delle carriere Il 22 luglio il voto definitivo. Nell’attesa del voto finale, che sarà martedì 22 luglio, la riforma della Giustizia voluta dalla destra ha fatto un altro passo avanti ieri al Senato. Il testo tornerà alla Camera per il terzo passaggio parlamentare, come previsto per le riforme costituzionali. Nelle ultime 48 ore sono stati approvati tutti gli otto articoli che compongono il testo del guardasigilli Carlo Nordio. L’accelerazione è stata dovuta al “canguro”, che consente di raggruppare gli emendamenti e di fatto ha permesso di cassare in blocco le oltre 1.300 modifiche richieste dal centro sinistra.
Il ministro della Giustizia può tirare un sospiro di sollievo: l’accidentato percorso parlamentare della riforma si è quasi concluso, si può aprire la campagna referendaria per il sì. Anche con il supporto delle Camere penali che giusto ieri hanno lanciato il loro comitato in difesa della riforma. Mentre contrari rimangono Anm e opposizioni. E si può ben capire: tra gli articoli approvati ieri c’è anche quello che prevede lo sdoppiamento del Consiglio superiore di magistratura, distinguendo tra carriera dei giudici e quella di pm (modificando quindi l’articolo 104 della Costituzione).
Via libera da Palazzo Madama anche all’istituzione dell’Alta corte, altro perno del ddl Nordio, che toglie al Csm il potere disciplinare sulle toghe, nonostante le critiche degli uffici studi di Camera e Senato sulla insindacabilità delle decisioni, cosa che viola il principio generale della ricorribilità di ogni sentenza. L’Alta corte sarà composta da quindici giudici: tre nominati dal presidente della Repubblica tra professori universitari e avvocati con almeno venti anni di esercizio; tre estratti a sorte da un elenco di soggetti con requisiti; sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte.
Forza Italia, che ha messo l’opa sulla riforma che avrebbe desiderato Silvio Berlusconi, parla di “svolta epocale”. Mentre l’opposizione continua a lanciare l’allarme sul declassamento del parlamento. Per il Partito democratico quanto successo in aula in questi mesi “non è mai avvenuto nella storia della Repubblica”. E cioè, come ha dichiarato in aula il senatore dem Alfredo Bazoli, che “una riforma costituzionale venga approvata senza l’approvazione di alcun emendamento”. Un precedente preoccupante per le opposizioni, come evidenziato anche da Azione e Italia Viva, che sono sempre stati favorevoli alla separazione delle carriere, come ribadito ieri da Matteo Renzi, che giudica però questa riforma “un pastrocchio”.











