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di Giusi Fasano

Corriere della Sera, 4 dicembre 2024

L’uccisione di Giulia. Si è capito subito che i Cecchettin non avrebbero seguito le parole e i modi d’ordinanza. Eravamo anestetizzati. Uomini e donne a sensibilità ridotta. Prima di Giulia era toccato a Etleva, prima di Etleva era stata Annalisa, prima di Annalisa Giuseppa, prima ancora Concetta, Eleonora, Anna... E tutti quei nomi, quelle facce, quelle storie, erano scampoli di vite di cui presto avremmo ricordato poco o nulla. Perché è così che funziona, chi più chi meno si fa l’abitudine a tutto, femminicidio compreso. Ma poi nelle nostre case e nelle nostre coscienze è arrivata la storia nera di lei, Giulia. E si è capito subito che i Cecchettin non avrebbero seguito le parole e i modi d’ordinanza. È questo che ha segnato la differenza.

Il fatto che nei loro giorni dopo Giulia, suo padre Gino e - soprattutto - sua sorella Elena, hanno rovesciato il tavolo delle aspettative collettive. Lui che al funerale parla di “speranza”, che dice a sua figlia “anch’io ti amo”, come se lei gli avesse appena sussurrato “ti amo, papà”. Lui che guarda l’assassino di Giulia e dice “non provo odio verso Turetta, sono vicino ai genitori che stanno vivendo un dramma”. Lui mite, empatico, femminista, attento a parole e sensibilità. Ma è lei, Elena, il motore della rivoluzione possibile in nome di Giulia. È lei che se ne esce con quella frase: “Turetta viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. Un mostro è un’eccezione, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è. I “mostri” non sono malati, sono figli sani del patriarcato”.

Eccola, quella vecchia parola che è stato un errore archiviare: patriarcato. Una parola che il tempo ha sepolto prima della realtà. La negazione della libertà e del potere di decidere di se stesse è stata mitigata nel tempo ma mai cancellata del tutto e il patriarcato che Elena ha tirato fuori dal cassetto ha fatto rumore per questo. Perché ha costretto la politica e la discussione pubblica a tornare a quel vecchio concetto. Far rumore: un altro passaggio che ha sovvertito l’ordine delle cose e che ha reso unica, fra i femminicidi, la storia del dopo-Giulia.

Non il dolore silente. Non il passo di lato. “Per Giulia bruciate tutto”, ha chiesto Elena ricordando la poesia di Cristina Torres Cáceres sul femminicidio. “Se domani sono io, mamma, se domani non torno, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”, diceva quella poesia. Rumore. Nelle sedi istituzionali, nelle piazze, negli incontri pubblici. Rumore per Giulia ormai perduta e per le Giulie da salvare. Un padre che fa rumore parlando d’amore e una sorella che si fa sentire invocando il solo potere possibile: quello delle donne libere. Che fanno ancora paura.