di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 12 agosto 2025
“Il suicidio di una persona sottoposta a privazione della libertà personale è per definizione l’evento critico che esercita il maggiore impatto emotivo, che coinvolgere maggiormente gli operatori chiamati ad intervenire sia sotto il profilo operativo, ma anche sotto quello umano ed etico”. Comincia così, con un refuso e un’allitterazione, l’analisi dei decessi in carcere (Report relativo al periodo gennaio - luglio 2025) pubblicata l’8 agosto scorso sul sito istituzionale dal Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
Poco più avanti (pg. 4), si afferma che “il suicidio costituisce un evento sentinella, in quanto si tratta di una morte potenzialmente evitabile”, riprendendo una definizione rinvenibile anche sul sito del Ministero della Salute - Agenas. Si direbbe un esercito nutrito, ma evidentemente poco efficace, se a montare la guardia non cambia nulla. Seguono dati, cifre, informazioni; qualche accennata analisi (in particolare, sulla macroscopica percentuale dei suicidi in Sezioni a custodia chiusa - 36 - a fronte di quelli - 8 - avvenuti in Sezioni a custodia aperta).
A tal proposito, la prima chiave di lettura di una così alta differenza (3/4 del totale) viene proposta (Fattori strutturali) come legata al fatto che “le sezioni chiuse ospitano generalmente detenuti con profili di rischio più elevati o in situazioni disciplinari più severe”.
In disparte la molteplicità dei fattori che possono incidere sulla drammatica scelta di togliersi la vita, è appena il caso di notare come queste Sezioni non siano affatto deputate ad ospitare detenuti sottoposti a “situazioni disciplinari più severe”, né con “profili di rischio più elevati”, potendosi rinvenire in altre ragioni (…) la causa di tale distinzione di regime detentivo.
Tant’è. Alla citata analisi dei dati ha fatto seguito il piccato commento del Ministero della Giustizia, che ha affermato esserci “nessun allarme suicidi come stamane paventato dal Garante”, e che anzi, “il dato è al di sotto della media ereditata dal Governo nel 2022, che aveva visto 84 suicidi in un anno”. Tanto si sa, l’importante è dare la colpa ad altri, a chi ti ha preceduto, e poco importa che i numeri dicano altro.
Pur essendo smentito dagli stessi dati forniti dal Garante (cfr. il grafico n.2, a pg.4 del Report, che riporta informazioni di flusso non riferibili solo all’ultimo semestre), l’Autorità di garanzia è immediatamente corsa al riparo, “smentendo” di aver creato interpretazione allarmistica, e soprattutto ponendosi “in linea con quanto rilevato dal Ministero della Giustizia”, affermando infine che “ogni altra interpretazione è, pertanto, fuorviante della realtà dei fatti”.
In linea. Non è un buon segno ipotizzare, come è corso a fare il Garante nel suo Comunicato Stampa di ieri, che la riduzione dei suicidi nel semestre ultimo rispetto a quello dell’anno precedente possa “rappresentare un possibile miglioramento delle condizioni detentive o dell’efficacia delle misure di prevenzione adottate”, senza spiegare quali, limitandosi ad auspicare una riduzione della popolazione penitenziaria. Dare i numeri esige di fare i conti con la realtà, non con i desiderata governativi. Autonomia, indipendenza, esigono altro. Altrimenti basta il Dap, si fa prima e si risparmia.
*Avvocato











