di Raffaele D.*
L’Unità, 16 dicembre 2023
Antonio era un ragazzo di 35 anni, arrivato da poco in sezione. La prima volta che l’ho visto mi ha colpito la sua corporatura, e ho notato subito diversi tagli, uno dei quali molto grosso nella parte interna del gomito. Gli era stata assegnata una cella poco distante dalla mia, lui socializzava con tutti, ma allo stesso tempo viveva un po’ nel suo “mondo”, forse anche per il fatto che prendeva tanti medicinali. Quel 30 agosto erano passate da poco le 20 quando, con tutta la sezione chiusa e liberi solo un paio di lavoranti, ho visto l’addetto alle pulizie che correva dicendo che un ragazzo si era “appeso”.
A quel punto, mentre il lavorante scappava ad avvisare il personale, è partito un allarme generale. Noi detenuti abbiamo cominciato a sbattere diversi oggetti sulle porte: dalle pentole ai mattarelli. Sono stati minuti interminabili, non saprei dire con precisione quanto tempo è trascorso prima dell’arrivo dell’agente, che in quel momento si trovava in un’altra sezione per un altro tentato suicidio. Finalmente l’agente è arrivato ed ha aperto la porta di Antonio.
Mentre i due lavoranti-detenuti cercavano di sollevare il corpo, io ho chiesto che venisse aperta anche la mia cella per poter dare una mano. Con delle forbicine chicco mi sono fondato subito a dare una mano. Il lavorante, nonostante fosse la metà di lui, cercava con fatica di sorreggerlo. Io ho provato a rimanere il più freddo possibile: ho tagliato il laccio che gli stringeva il collo, mi sono caricato Antonio su una spalla e con l’aiuto di altri due detenuti che gli tenevano i piedi, lo abbiamo portato nel corridoio Una volta poggiato a terra, mi sono reso conto di quanto il viso fosse nero e gli occhi, avendo tutti i capillari rotti, erano diventati completamente rossi e sporgenti. Ho controllato che non avesse niente in bocca che gli ostruisse il respiro e ho cominciato il massaggio cardiaco. Dopo due o tre sequenze, lo abbiamo sentito rantolare.
Ho continuato con un altro massaggio fino a che non mi è sembrato che respirasse autonomamente. Abbiamo aspettato che qualcuno recuperasse una barella e l’abbiamo portato in infermeria. In quel momento tutta la sezione si è sentita invadere da un momentaneo entusiasmo. Il dubbio che le cose non fossero andate bene come ci eravamo immaginati mi venne, quando la mattina seguente mi accorsi che l’ispettore e il comandante stavano chiudendo la cella di Antonio per sigillarla con dello scotch e timbri del ministero.
La conferma della sua morte ci arrivò poco dopo l’apertura. Nelle settimane successive dalla tv ho scoperto che nelle carceri italiane si erano tolti la vita in quei giorni altri tre detenuti, a Busto Arsizio, Regina Coeli e Viterbo. Mi sono chiesto spesso, avendo vissuto in 13 diversi istituti detentivi, se il problema dei suicidi in carcere non sia legato alla visione della pena unicamente punitiva, che porta con sé un forte senso di abbandono e di violenza motivata dalla credenza che questo tipo di modello sia l’unico possibile.
La prima cosa necessaria per prevenire i casi di suicidio sarebbe aumentare il personale. Gli agenti sono spesso sotto organico e si ritrovano a controllare più sezioni e a non fare in tempo ad intervenire in caso di bisogno. Gli educatori e gli psicologi seguono molto spesso più di cento persone a testa. Molti detenuti poi si trovano in carcere ed invece dovrebbero stare in comunità, perché hanno problemi psichiatrici o di dipendenza da sostanze, come Antonio, che aveva una storia di tossicodipendenza e stava aspettando un posto in comunità. E poi si dovrebbero aprire di più le strutture carcerarie al mondo esterno, in modo da non farci sentire isolati ed emarginati. Il suicidio di Antonio è avvenuto il 30 agosto, la mattina del 31 ho chiesto come mai una persona come lui, che già altre volte aveva tentato il suicidio, era stata messa in una cella singola, senza nessuno che gli stesse accanto.
“Eh, sono cose che capitano” mi sono sentito rispondere. Non ho potuto non provare un senso di impotenza, amplificato anche dalla sensazione di disinteresse, rassegnazione e disumanità che troppo spesso regna in posti come questi, come se non fossimo più persone, come se solo così dovesse e potesse andare. Mi domando se noi tutti avremmo potuto dare più importanza a una frase di Antonio, a un suo gesto, a un suo silenzio, forse se l’avessimo fatto le cose non sarebbero andate così. Quando penso ad Antonio mi vengono in mente, anche se leggermente modificate, le parole di Fabrizio De André: “Anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti”.
*“Alcatraz”, rubrica a cura di Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti










