di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 8 ottobre 2022
Dove sono e i modelli che le ispirano: la prima ricostruzione del fenomeno. I componenti sono in prevalenza italiani, si accaniscono contro i coetanei. “È il disagio sociale il collante, vanno in cerca di un’identità”.
A dispetto del nome altisonante la gang del kalashnikov di Trieste non spara e non ha un’organizzazione strutturata che organizza atti criminali premeditati. Violenta sì, composta da una decina di ragazzi tra i 15 e i 17 anni, niente capo nè compiti predefiniti. Come la gran parte delle bande giovanili che negli ultimi cinque anni sono decisamente aumentate soprattutto al centro nord. E che - sorpresa - sono composte prevalentemente da italiani e non da stranieri, né di prima né di seconda generazione.
Più che il disagio economico è il disagio sociale, la mancata inclusione nel contesto in cui si vive, l’assenza di modelli di riferimento in seno alla famiglia a spingere gli adolescenti verso il gruppo. Che pratica azioni violente, spesso gratuite, rilanciandole sui social network proprio per rafforzare l’identità di gruppo e generare riconoscimento ed emulazione.
Alla ricerca dell’identità nel gruppo - Identità potrebbe appunto essere la parola chiave per leggere, in modo più analitico il fenomeno delle bande giovanili che resta di difficile definizione anche per chi lo studia. Come i ricercatori di Transcrime, centro di ricerca sulla criminalità transnazionaledelle università Cattolica di Milano, Alma Mater di Bologna e di Perugia, che insieme alla Direzione centrale della Polizia e al Dipartimento di giustizia minorile hanno dato vita alla prima mappatura delle gang in Italia evidenziandone caratteristiche e radicamento nelle diverse aree del Paese.
Identità, dicevamo, perché - spiega Gemma Tuccillo, capo dipartimento per la giustizia minorile - “il gruppo gioca un ruolo in adolescenza per la costruzione dell’identità e nel processo di emancipazione rispetto al mondo adulto. Oggi si assiste a reati commessi da gruppi di adolescenti, appartenenti a classi sociali diverse, spesso non organizzati ed aggregati da contingenze occasionali, nei quali si evidenzia maggiormente il disagio sociale, piuttosto che una volontà criminogena”. La maggior parte dei reati loro attribuiti, infatti, sono ai danni di coetanei: risse, lesioni, aggressioni, bullismo, atti di vandalismo, disturbo della quiete pubblica.
I quattro tipi di gang - Ecco l’identikit delle gang giovanili in Italia disegnato dalla ricerca che, sulla scorta dei dati della banca dati in cui confluisce l’attività di Polizia e carabinieri, propone quattro modelli definendone il radicamento sul territorio. Il più diffuso, in tutte le macroaree del Paese, è appunto il gruppo non strutturato, composto in prevalenza da ragazzi italiani che commettono atti di violenza di questo genere ma quasi mai traffico di stupefacenti, estorsioni, rapine in casa o in locali. Reati più gravi che invece caratterizzano la seconda tipologia di gang, quella che si ispira o ha legami con organizzazioni criminali ed è più presente nelle regioni del sud. Anche in questo caso i componenti sono quasi tutti italiani. Diversa invece la composizione dei gruppi, più diffusi al centro nord, soprattutto in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, che si ispirano a gang estere e che vedono insieme giovani stranieri di prima e seconda generazione non integrati nel tessuto sociale. L’ultima tipologia, diffusa nelle aree urbane, è quella dei gruppi che invece hanno una struttura definita e che compiono reati gravi pur non avendo legami con la criminalità.
Nessun riferimento legislativo ad hoc - Alla fluidità del fenomeno corrisponde anche l’assenza di un riferimento legislativo ad hoc: quasi mai i giudici contestano l’associazione per delinquere e alla maggior parte dei ragazzi viene applicata la messa in prova. “ Il nostro compito - dice il prefetto Vittorio Rizzi, che guida la direzione centrale anticrimine - è quello di intercettare i fenomeni di disagio sul nascere, intervenire per evitare un’escalation della violenza e, soprattutto, perché le vittime abbiano fiducia nelle forze di polizia e chiedano subito aiuto”. E tuttavia tutti gli attori concordano nell’affermare che il modello repressivo, l’unico al momento in campo in assenza di politiche dedicate ai giovani, è del tutto inadeguato.










