di Valter Vecellio
Italia Oggi, 27 agosto 2020
L'Ue ha posto come condizione per l'erogazione dei fondi anche la riforma della giustizia. Si legge (e si ascolta) sempre con piacere il professore Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, anche quando non si è d'accordo con quello che dice e scrive. Ha un fare accattivante, un eloquio pacato e ragionante; uno stile di scrittura che invoglia alla lettura. Doti, di questi tempi, rare.
Cassese non risparmia critiche sulla disinvoltura con la quale il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aggira la Costituzione con i suoi decreti, il prolungamento dello stato d'emergenza, il sottrarsi alle proprie responsabilità nel caso del processo a Matteo Salvini per sequestro di immigrati; episodi, che a suo giudizio, minano la credibilità dell'esecutivo. Intervistato da "Libero", Cassese non fa economia di giudizi taglienti sulla giustizia e chi l'amministra. Parte dal "caso" di Luca Palamara: "Ha rivelato pubblicamente una malattia grave, che gli addetti ai lavori conoscevano. Ancor più grave la lentezza con la quale si procede alla somministrazione della medicina. La sensazione è che la magistratura non voglia far pulizia dentro sé stessa. Le procure hanno un potere enorme e gli altri giudici non si oppongono. Manca la forza morale e culturale per rimediare a questa situazione e la riforma del Csm non servirà a nulla".
Una critica radicale, la sua: denuncia il vistoso sbilanciamento dell'equilibrio dei poteri a vantaggio della magistratura: "Comincia con la lunghezza dei processi, continua con l'assenza di autocontrollo delle procure, produce pubblico ludibrio in piazza, senza processo, il tutto alimentato da un'idea, prevalsa e accettata, della magistratura come cittadella non solo indipendente, ma anche autogovernantesi".
Non è per caso, se queste problematiche sono rigorosamente escluse dalle agende di pressoché tutti i partiti, di maggioranza o di opposizione. La Giustizia, in Italia è una vera e propria Cenerentola. Quando vararono il provvedimento relativo alla prescrizione, tutti, a cominciare dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, giurarono e spergiurarono che era solo l'inizio: subito sarebbe seguita una più generale riforma del sistema giudiziario che avrebbe bilanciato gli allungati termini della prescrizione.
Non ne hanno fatto nulla, e nulla intendono fare. Eppure, fresco è il monito lanciato da due economisti, Carlo Cottarelli e Alessandro Di Nicola: "Un Paese dove il sistema giudiziario è inefficiente non è un Paese in cui vi può essere la certezza del diritto. E dove non c'è la certezza del diritto l'economia e la società funzionano male".
Quella di una giustizia efficiente è una delle condizioni che l'Europa ha posto come condizione per l'erogazione delle risorse del Recovery Plan. Una raccomandazione fondamentale, non solo per la società, ma per l'economia. Dicono Cottarelli e Di Nicola: "Un paese dove il sistema giudiziario è inefficiente, dove occorrono anni e anni per ottenere sentenze, non è un paese in cui vi può essere certezza del diritto. E dove non c'è certezza del diritto l'economia e società funzionano male. Il problema della lentezza della giustizia esiste per tutte le sue componenti, amministrativa, penale, civile".
Sottolineano che i procedimenti civili, in media, durano in Italia quattro volte in più che in Germania, tre volte in più che in Spagna, il doppio che in Francia; e concludono: "Ridurre i tempi della giustizia è, insieme alla semplificazione burocratica, la più importante riforma che la nostra economia deve affrontare per rilanciarsi, una volta superata la fase immediata dell'emergenza economica. Ristabilire la certezza del diritto in Italia è essenziale per raggiungere una nuova e migliore normalità".
Intanto, nell'ambito della comunità penitenziaria, che non riguarda solo i detenuti, continua lo stato di profondo disagio che colpevolmente non si vuole vedere. Per dire: ben tre suicidi in un mese, l'ultimo alcuni giorni fa. A togliersi la vita una donna Assistente capo del Corpo di Polizia penitenziaria in servizio nella Casa circondariale Pagliarelli di Palermo. Pochi giorni prima, altri due operatori di Polizia penitenziaria in servizio nell'Istituto di Latina.
Certo: alla base di questi gesti estremi possono esserci molti e diversi i fattori. Ricondurli a un'unica matrice è sempre riduttivo. Tuttavia, sono note le difficoltà del lavoro che la Polizia penitenziaria svolge in prima linea in carcere, in una situazione segnata da una serie di criticità, strutturali, gestionali e numeriche, ancora più evidenti in questi tempi di emergenza sanitaria. "E le stelle stanno a guardare", è il titolo di un romanzo di Cronin scritto quasi cent'anni fa. Non solo le stelle; anche il ministero della cosiddetta Giustizia si guarda. Senza vedere.










