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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 29 aprile 2026

L’Eurocamera approva una risoluzione che chiede agli Stati membri di allineare la normativa sul reato di violenza sessuale. Si smarcano Fdi e Lega, e in Italia è stallo sul ddl Bongiorno. A dare la linea sul reato di violenza sessuale ora è il Parlamento europeo, che invita tutti gli Stati membri ancora fermi a una definizione di stupro fondata sulla “forza” a riformare la propria normativa ponendo al centro il principio del consenso. Lo prevede già la Convenzione di Istanbul, ratificata dal nostro Parlamento nel 2013. E molti Paesi, da ultimo la Francia, si sono allineati allo standard internazionale. Mentre l’Italia fatica a trovare la quadra sul ddl approvato in autunno alla Camera e attualmente fermo al Senato.

Il nodo politico e tecnico risiede proprio nel principio del consenso, che il Parlamento Ue definisce come libero e revocabile. Lo fa con una risoluzione adottata oggi con 447 voti a favore, 160 contrari e 43 astensioni, attraverso la quale gli eurodeputati chiedono alla Commissione di presentare una proposta legislativa che stabilisca una definizione comune del reato di violenza sessuale, in base al quale il consenso deve essere valutato nel contesto, anche nei casi che coinvolgono violenza, minacce, abuso di potere, paura, intimidazione, perdita di coscienza, intossicazione, sottomissione chimica, sonno, malattia, lesioni fisiche, disabilità o altre situazioni di particolare vulnerabilità.

Il testo dell’Eurocamera, elaborato dalle commissioni Libertà civili e Diritti delle donne, porta la firma di due esponenti socialiste, la svedese Evin Incir e la polacca Joanna Scheuring-Wielgus. Prevede un sostegno e una protezione adeguati alle vittime e sopravvissuti in tutta l’Ue. E sottolinea che il silenzio, la mancata resistenza, l’assenza di un “no”, un consenso precedente, la condotta sessuale passata o qualsiasi relazione attuale o precedente non devono essere interpretati come consenso.

Ancora, gli eurodeputati chiedono di includere la violenza di genere tra i reati dell’Ue e sottolineano che la legislazione deve tener conto delle risposte traumatiche, come il cosiddetto “freezing”, ovvero l’immobilità temporanea della vittima che non riesce a reagire per choc o timore di subire ulteriori violenze. L’approccio indicato include cure mediche immediate, assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, accesso a un aborto sicuro e legale, cure per il trauma, supporto psicologico e assistenza legale. Si propongono servizi specialistici gratuiti, tra cui centri d’emergenza attivi 24 ore su 24 che offrano supporto medico, psicologico e legale. E si chiede una formazione obbligatoria, regolare e mirata per i professionisti che possono entrare in contatto con vittime di stupro, tra cui forze dell’ordine, giudici, procuratori, avvocati, operatori sanitari.

Il testo sollecita anche linee guida Ue sull’educazione alla sessualità e alle relazioni, campagne di sensibilizzazione su consenso, integrità sessuale e autonomia corporea, nonché azioni contro i miti sullo stupro, contenuti anti-genere e propaganda “incel” (celibi involontari) online. “Il Parlamento europeo si è espresso chiaramente. Le donne in tutta Europa meritano pari protezione e l’Ue deve ora rispondere con una legislazione che garantisca giustizia e certezza del diritto”, commenta l’eurodeputata tedesca del Ppe Verena Mertens, plaudendo - a nome dell’intero gruppo - al voto dell’Eurocamera. Che segna, per l’Italia, una rottura interna al centrodestra: la delegazione di Fratelli d’Italia ha votato contro, la Lega si è astenuta, mentre il gruppo dei Patrioti per l’Europa, di cui fanno parte, ha votato in maggioranza contro insieme a Roberto Vannacci (Futuro nazionale), nel gruppo di Europa delle nazioni sovrane.

A favore, si sono schierati gli eurodeputati italiani di Pd, M5s, Forza Italia, Avs e Azione. E i primi a sollecitare una risposta all’altolà dell’Ue sono i senatori dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli, Anna Rossomando, Walter Verini e la senatrice Valeria Valente, per i quali la risoluzione dell’Eurocamera “rende evidente che il nostro Paese non può muoversi in una direzione diversa”. Il messaggio è rivolto soprattutto alla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del ddl a Palazzo Madama. Un nuovo testo ancora in cantiere, al Senato, dopo lo stop al provvedimento bipartisan licenziato a Montecitorio lo scorso ottobre secondo un “patto” siglato direttamente da Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Fallito l’accordo, ora le opposizioni promettono battaglia nel comitato ristretto proposto da Bongiorno, che aveva già messo sul tavolo un tentativo di mediazione andato a vuoto. Il ddl prevede la riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che tuttora fonda il reato sulla violenza, la minaccia o l’abuso di autorità. E nella nuova versione del testo, avanzata dalla presidente della Commissione, si cancellava la parola consenso per sostituirla con una “volontà contraria all’atto sessuale” da valutare in base al contesto. Un modello più simile a quello tedesco, che al contrario di quello spagnolo (“solo sì è sì”), si fonda sul “dissenso ammorbidito” e trova il placet di diversi giuristi, alcuni dei quali auditi al Senato, secondo i quali il modello del consenso libero e attuale rischierebbe invece di fare a pezzi le garanzie processuali e invertire l’onere della prova.