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di Enrico Sbriglia*

Il Dubbio, 12 agosto 2022

Avrei preferito astenermi dal commentare, ma come cittadino, che però è stato anche operatore penitenziario, innanzi la frotta di suicidi di persone detenute che in questa torrida estate, ancor più che in quelle precedenti, sta caratterizzando le nostre carceri in ambito Ue, non riesco a voltare il volto altrove, perché altrimenti mi sentirei pavido, canaglia.

Leggo, basito, l’ennesima recente circolare dell’ovvio, afferente il drammatico e antico problema dei suicidi in carcere (eventi, in verità, che non poche volte hanno visto morire gli stessi lavoratori del Dap, colleghe e colleghi...), il quale, proprio per la sua ormai acclarata cronicità, dovrebbe indurre serissime riflessioni sul ‘ sistema’ ibrido dell’esecuzione penale in Italia, soprattutto sulla sua incapacità di convincere e vincere le resistenze ‘ aziendali’ del mondo della Sanità, forse anche perché il primo, in fondo, non appare meritevole di fiducia, perché da anni insolvente su una infinità di questioni come la Cedu ci ricorda, al punto che ormai si è trasformato esso stesso, per la serialità dei non provvedimenti attuati, violando le stesse riforme penitenziarie, in ‘delinquente professionale ad honorem’...

È, però, stupefacente osservare come, semmai, gli stessi figuranti del dramma che viviamo da anni vogliano, adesso, tradurlo in commedia. Già tanto tempo fa, allorquando ero un invisibile direttore di un carcere di una città di frontiera, costretto prima di altri a confrontarmi con i fenomeni dell’immigrazione e il suo lucroso mercato, tenuto a governare torme dolenti di esseri umani che fuggivano da guerre interetniche e carestie, e dove la pazzia violenta veniva cancellata con il tratto di penna, sulla falsariga dei manicomi civili che rispondevano, evidentemente, ad altre non meno facili tematiche di disagio, i fautori del passaggio della medicina penitenziaria al sistema sanitario nazionale e delle regioni impiegavano slogan d’effetto e demagogia buona per i salotti, mentre io, con i miei uomini e le mie donne sul fronte carcerario, continuavo purtroppo a vedere soffrire i soggetti psichiatrici, troppi. Contestavo, al riguardo, l’irragionevolezza di non caratterizzare, con risorse specialistiche, proprie e di ruolo, quel personale penitenziario sanitario ormai logorato, che invece si metteva sulla graticola, addebitando a esso il peggio del mondo e il peccato originale.

Provavo a spiegare, forse perché ancora memore di ricordi universitari di economia politica, che, come sempre, per tentare di risolvere quelle criticità sociali esplosive, occorreva ‘soltanto’ assicurare un serio conferimento verso il sistema carcerario, e ‘a regime’, di risorse umane e strumentali. Lo stesso indimenticabile Nicolò Amato, nonostante provenisse da una esperienza di Procuratore della Repubblica, aveva intuito il cuore del problema suicidario, e non a parole, affrontandolo con richieste rivolte al governo dell’epoca a muso duro e con azioni amministrative concrete, anche di ‘ ripopolamento’ del personale penitenziario, nel mentre sosteneva la grande riforma democratica del Corpo della Polizia Penitenziaria.

Lui, con le sue fondamentali circolari ed i relativi programmi, aveva perfettamente indicato le ‘linee guida’, anzi, impartito ‘gli ordini’... Insomma, l’Amm.ne delle carceri non nasce oggi e sarebbe da chiedere a tanti, in primo luogo a quanti scrivono sul ‘ sublime penitenziario’ libri di sociologia di raccatto, e che ci abbuffano di chiacchiere, cosa realmente hanno fatto e come si sono posti di traverso negli anni successivi, contestando le decisioni politiche, allorquando si falcidiavano gli organici d’emblée, soprattutto quelli dei Direttori Penitenziari, e non si rafforzavano, “subito’, i ruoli degli educatori, degli assistenti sociali, dei ragionieri, costituendo anche quello degli psicologi, compensati ad ore, come per le donne delle pulizie, e di altre indispensabili professionalità, d’assegnare ad ogni singolo istituto, sottolineo “ad ogni singolo istituto”.

Come si può scrivere un ordine, perché le circolari tali sono, senza che si venga avvertiti che, in assenza di risorse, si stia sciupando carta e si rischi di demotivare ulteriormente il personale già stanco? Perché i Sacerdoti del Tempio non mostrano alla ministra, Marta Cartabia e al capo del Dap, Carlo Renoldi, le pressocché uguali disposizioni, seppure con qualche variante semantica, degli anni precedenti, inducendo a ritenere che prima ci fosse il deserto, così rischiando di porli contro il personale che apparentemente tace? Nel frattempo, aggiorniamo l’abaco delle morti annunciate, dove anche un bicchiere d’acqua potabile in un carcere può apparire un miraggio. Sì, ma tanto tra non molto verranno le piogge che trascineranno tutto.

*Penitenziarista